domenica 31 ottobre 2010

Presentato ad Empoli il termovalorizzatore mobile (utilizzabile senza Via)

FIRENZE. Con la partecipazione del presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi , è stato presentato ieri il termovalorizzatore mobile Nse Start, prodotto da Nse Industry SpA di Empoli. Basato sul principio della pirogassificazione, il piccolo impianto trasportabile dovrebbe trasformare, a dimensione aziendale, il problema dei rifiuti da smaltire in un'opportunità, producendo energia. Il tutto a basso impatto ambientale e senza dover trasportare i rifiuti dove è l'impianto, ma posizionandolo dove questi sono prodotti.

Nse Start può trattare in un anno circa 10.000 tonnellate di rifiuti, producendo circa 6.500 MWh di energia elettrica; il costo di ogni singola "macchina" si aggira intorno agli 8 milioni di euro. Secondo protocolli previsti da Nse, ogni nuovo impianto sarà installato solo al termine di un processo partecipativo che coinvolgerà tutti gli attori interessati: lavoratori dell'impresa che ne usufruisce; cittadini e aziende che insistono sul territorio dove lo Start sarà posizionato.

Solo dopo l'assenso di tutti, l'impianto entrerà in funzione. E' attualmente in corso il processo partecipativo per l'azienda che ne ha ordinato il primo esemplare, a Castefranco di Sotto (Pi).

Qualche dubbio però è ancora sul tappeto. Non appare chiaro quali siano i percorsi autorizzativi per questo impianto mobile, passi indispensabili per un qualsiasi processo partecipativo. Per le caratteristiche descritte, tale impianto di smaltimento dovrebbe essere sottoposto alle verifiche di assoggettabilità di competenza della Provincia per quanto riguarda la VAS (valutazione ambientale strategica), la VIA (valutazione d'impatto ambientale) e la Valutazione d'Incidenza.

Secondo le informazioni ricevute dalla stessa azienda empolese, per l' esperienza in corso a Castelfranco di Sotto, in provincia di Pisa, è stata ritenuta non necessaria la valutazione di impatto ambientale (VIA). Cosa abbastanza sorprendente...

Fonte: http://www.greenreport.it/_new/index.php

Che cos'è successo al depuratore di Lampedusa?

Liberaespressione Lampedusaonline.com

ISOLA DI LAMPEDUSA. A Lampedusa un cittadino protesta davanti al depuratore perché non funziona e perché ai cittadini arrivano le cartelle per il pagamento di un servizio di depurazione che non viene svolto.

Un depuratore che dovrebbe permettere la depurazione delle acque reflue di natura domestica ed urbana importanti per la salvaguardia dell´ambiente, ma anche per la protezione della salute umana.

Il costo per la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'impianto di depurazione e di 1.215,000 euro, ma a quanto pare l'impianto da diversi anni mal funziona o addirittura non ha funzionato completamente.

Il tecnico comunale geom. Brignone e i vigili urbani su richiesta del Sindaco De Rubeis Bernardino hanno effettuato un sopraluogo presso il depuratore relazionando in un verbale il mal funzionamento del depuratore.

Il capogruppo dell'opposizione Pd Giuseppe Palmeri questa estate aveva segnalato la rottura di tubature che consentivano lo scarico non a 700 metri ma in prossimità della costa causando un inquinamento batterico nocivo per la salute dei bagnati. Il Sindaco successivamente alla segnalazione si apprestava a mettere i divieti di balneazione.

Il problema del depuratore a Lampedusa è un problema vecchio che non si riesce a risolvere come dice EX Sindaco Siragusa , i finanziamenti non sono stati mai tanti per consentire la creazione di un nuovo depuratore adatto alle esigenze dell'isola di Lampedusa che d'estate con i turisti triplica gli abitanti.



Fonte: http://www.greenreport.it/_new/index.php

I mercenari restano in Afghanistan

Il governo di Kabul ha prorogato la dead-line sul ritiro dei contractor dal Paese. La nuova data dovrebbe essere marzo 2011.

Era solo questione di tempo, e soldi. Entrambi sono serviti al presidente Hamid Karzai per fissare una proroga della dead-line per il disimpegno delle società di sicurezza private in Afghanistan. Il tempo è quello intercorso, in doppia battuta, dal 16 agosto a oggi.

In estate il presidente si impegnò, con un decreto, a espellere tutte le compagnie mercenarie dal Paese, "Ladri di giorno, terroristi di notte" le additò in quell'occasione. Ieri la retromarcia, affidata ad un essenziale comunicato stampa diramato dall'ufficio di presidenza che rende noto come il differimento mira a preservare "i progetti di sviluppo e i programmi finanziati dalla comunità internazionale".

Il cambio di rotta lo si legge nel periodo di mezzo fra agosto e oggi. All'inizio di ottobre tutto sembrava far credere che il governo di Kabul non sarebbe retrocesso di un centimetro dalla propria posizione. Karzai aveva confermato la sua precedente decisione mettendo al bando ben otto compagnie private le quali, in virtù di ciò, avrebbero dovuto lasciare l'Afghanistan entro la fine dell'anno. Contemporaneamente da Washington giungeva notizia che il Dipartimento di Stato, guidato da Hillary Clinton, aveva rinnovato il "Worldwide Protective Services Contract", l'accordo quinquennale da 10 miliardi di dollari a favore delle compagnie di sicurezza private.

Dopo di allora il silenzio e l'imbarazzo di Kabul che tra la risolutezza contro i contractors e la debolezza nei confronti della "comunità internazionale", ha lasciato trascorrere un mese. Un mese per accordare la proroga e per trovare il modo migliore di non perdere la faccia. "Una commissione - ha sostenuto Kabul - stilerà entro il 15 novembre un piano per il disimpegno delle società private di sicurezza nel Paese. Da quella data i contractor avranno novanta giorni di tempo per lasciare l'Afghanistan". Una dilazione voluta dagli altri, le compagnie di sicurezza sono prevalentemente statunitensi e inglesi al servizio di Usa e Nato, ma formalmente attuata dal governo della Repubblica Islamica. Marzo 2011 dovrebbe essere l'ultima data utile per attuare il piano Karzai. L'obiettivo dichiarato è quello di far acquistare maggior autorevolezza alle forze di polizia afghane, attualmente addestrate anche dai mercenari occidentali. Gli stessi pagati da Karzai per accompagnarlo durante il giorno e difendere la sua incolumità.

Il "rais di Kandahar" sembra, pertanto, al centro di due fuochi: quello popolare che, viste le numerose prevaricazioni, vorrebbe i contractor fuori dal Paese, e quello degli Usa che, nonostante le promesse di disimpegno e le denunce del loro operato, continua a ricoprirli di denaro. L'espediente trovato dal governo di Kabul per la deroga è quello della protezione dei progetti di sviluppo. Ma le Organizzazioni non governative, soggetti impegnati in prima linea in tali lavori, continuano a ribadire che "non solo la chiusura delle società private di sicurezza non avrà alcuna implicazione negativa sull'operato delle Ong, ma avrà un impatto positivo dato che ci sarà meno gente armata in giro". Queste le parole di Laurent Sailard, direttore di Acbar, organismo di coordinamento di oltre cento agenzie umanitarie afgane e straniere.

Che il blocco del provvedimento di Karzai sia dettato dalle pressioni dei governi che nei servizi delle società private di sicurezza hanno investito un mare di quattrini, lo si evince anche dalla stessa condanna della Commissione del Senato Usa sui Servizi Armati. In un rapporto di 105 pagine, dal titolo "Inchiesta sul ruolo e la sorveglianza delle imprese di sicurezza privata in Afghanistan", i senatori del pool d'indagine, scrivono diverse volte la parola "Failure", fallimento. Il fallimento, tutto del governo Usa, in una serie di questioni riguardanti l'impiego dei borghesi armati in territorio di guerra: a partire dal loro addestramento, per terminare ai servizi che le agenzie sotto contratto del Pentagono avrebbero subappaltato a individui noti nel giro del terrorismo talebano.

Uno di essi sarebbe, secondo il rapporto, il responsabile della morte di un sottocaporale dei Marines il cui nome viene censurato (si trattava di Joshua H. Birchfield, di 24 anni, ndr). La mattina del 19 febbraio, il militare stava perlustrando il perimetro intorno alla base Barrows nel nordest della provincia di Farah quando, riporta il documento d'indagine, "poco dopo l'alba, la guardia afgana ha iniziato a sparare su i marines che hanno cercato di identificarsi urlando "US Marines" e sparando in aria razzi di segnalazione. Il fuoco si fermò, ma il sottocaporale dei marine Marine caporale rimase ucciso". Le interviste e i rapporti esaminati dal pool inquirente hanno rivelato che le guardie che fecero fuoco erano sotto l'effetto di oppio. "I contraenti di sicurezza - ha sostenuto un testimone - fanno regolarmente uso di droghe sul posto di lavoro". Una circostanza inquietante se si pensa che attualmente in Afghanistan sono presenti 26 mila contractor, una buona percentuale dei quali è assunta fra la popolazione locale, che nessuno addestra sufficientemente.

Intanto, ha chiarito l'indagine, "la Commissione ha scoperto le prove che le società di sicurezza privata incanalano i soldi dei contribuenti statunitensi ai signori della guerra afghani e a uomini forti legati a omicidi, rapimenti, corruzione nonché ai talebani e alle altre attività anti-coalizione". Conclusioni che fanno riflettere sul fatto che, forse, in Afghanistan il primo nemico degli Stati Uniti sono gli Stati Uniti stessi.

 
di Antonio Marafioti
Fonte: PeaceReporter

Italia, appello per gli imputati della manifestazione pacifista di Firenze del 1999

Dopo gli scontri davanti all'ambasciata statunitense tredici persone furono condannate a sette anni di carcere. Ora il secondo grado

Un appello in favore dei pacifisti condannati per i disordini di Firenze del 1999 è disponibile on line per esprime la propria solidarietà verso gli imputati. Tra i primi firmatari: Alessandro Santoro, Andrea Satta, Angela Staude Terzani, Enzo Mazzi, Folco Terzani, Luigi Ciotti, Ornella De Zordo, Marco Vichi, Sandro Veronesi, Sergio Staino, Simona Baldanzi, Maso Notarianni e Gino Strada.

Il 13 maggio 1999 un gruppo di manifestanti si ritrovò per le strade di Firenze per protestare contro la guerra in Jugoslavia. Il corteo arrivò fin sotto l'ambasciata statunitense dove la polizia presidiava la zona. Ne seguirono una serie di tafferugli di lieve entità. Dieci anni dopo, il 5 novembre 2010, inizierà il processo di appello per tredici manifestanti ritenuti colpevoli di resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

"Nessuno, sul momento, fu fermato o arrestato, ma in seguito vi furono identificazioni e denunce", si legge nell'appello. "Si è arrivati così alle condanne di primo grado, molto pesanti per i 13 imputati: ben sette anni, per le accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale". Le pene inflitte sembrano sproporzionate alla realtà dei fatti. Alcuni manifestanti rimasero contusi mentre una donna si dovette operare ad un occhio.

"Non intendiamo sindacare le procedure legali, né esprimere giudizi tecnico-giuridici sulla sentenza, ma ci pare che le pene inflitte in primo grado e le loro conseguenze sulla vita delle persone imputate, siano del tutto sproporzionate rispetto alla reale portata dei fatti", si legge ancora. Secondo i promotori la sentenza è soprattutto politica. "Perciò esprimiamo la nostra pubblica preoccupazione in vista del processo d'appello, convinti come siamo che la giustizia non possa mai essere sinonimo di vendetta e nemmeno strumento per mandare messaggi "esemplari" a chicchessia.

L'appello si conclude con una richiesta di sottoscrizione per salvaguardare la democrazia e la giustizia. "Questa non è una storia che riguarda solo 13 persone imputate, ma un passaggio significativo per la vita cittadina e per il senso di parole e concetti che ci sono cari, come democrazia, giustizia, equità."



Fonte: PeaceReporter

Anche l’Italia protagonista del lobbying elettorale per il voto negli Stati Uniti

Cinque aziende del nostro Paese hanno donato 400mila dollari a candidati (in prevalenza Repubblicani). Obiettivo: ricevere un trattamento di riguardo quando gli "sponsorizzati" siederanno al Congresso

Mancano solo due giorni alle elezioni di Midterm negli Stati Uniti. Ma a votare, per i seggi in ballo al congresso, c’è anche un pezzetto di Italia. Non si tratta dei nipoti degli emigranti sbarcati a Ellis Island, ma dei gruppi industriali del nostro Paese, che finanziano la campagna elettorale. Cinque in totale, guidate dal colosso della difesa Finmeccanica. Poi ci sono Fincantieri, Buzzi Unicem, Case New Holland e Lottomatica. Il loro scopo? Ottenere in futuro un finanziamento, una commessa, o fare pressione per una proposta di legge. Lobbying elettorale, insomma. Soldi per sostenere la campagna elettorale dei singoli candidati, che siederanno sulle poltrone della Camera e del Senato a stelle e strisce. Per loro le imprese dello stivale nel 2010 hanno sborsato circa 400.000 dollari. Non una grossa cifra , ma neanche un’inezia, considerati i tetti di donazione stabiliti dalla legge americana.

Come è possibile tutto questo? Sostanzialmente attraverso un escamotage, perfettamente legale. Le società in questione, infatti, attraverso le loro filiali americane, possono sostenere economicamente i candidati federali, con la costituzione di speciali comitati elettorali, i PACs (Political Action Committees). Per la legge americana i cittadini e le aziende straniere non possono infatti finanziare i candidati o i membri del congresso. Ma lo possono fare i dipendenti delle loro controllate americane, su base volontaria e con fondi personali: le donazioni, 2500 dollari di massimo a testa, vengono raccolte dal PAC, che poi decide come utilizzarle. Stornandole ai singoli candidati o alle associazioni create dai Democratici o dai Repubblicani per finanziare la campagna.

Succede quindi che DRS Technologies, importante contractor per i sistemi elettronici della difesa statunitense, acquisita da Finmeccanica nel 2008 per 5,2 miliardi di dollari, ha un suo PAC, al quale partecipano gli impiegati americani, quasi sempre quadri dell’azienda. Lo stesso vale per Buzzi Unicem, attraverso Buzzi Usa. E poi per Marinette Marine di Fincantieri, attiva nel settore navale militare, e Case New Holland, la divisione dei mezzi agricoli di Fiat. E ancora Lottomatica attraverso GtechCorp, attiva nel settore del gioco e dei casinò.

Tutte queste operazioni chiaramente sono registrate da una commissione, la FEC. E vengono raccolte e aggiornate in maniera sistematica dal Center for Responsive Politics, un centro studi indipendente specializzato in finanziamenti elettorali e lobbying.

La scelta su chi supportare naturalmente non avviene per simpatie politiche, democratiche o repubblicane, ma per affinità di interessi. «Faccio un esempio – spiega Riccardo Acquaviva, portavoce di Finmeccanica – Se General Motors finanzia un candidato, non finanzierà quello che vuole abolire le autostrade giusto? Ecco per noi è lo stesso». Tant’è che le donazioni effettuate dal PAC di DRS technologies nel 2010 sono state equamente distribuite: il 47% ai democratici, il 53 a repubblicani.

Proprio Drs, che a giugno si è aggiudicata ordini per 44 milioni di dollari con il governo statunitense, è in testa alla classifica dei finanziamenti italiani. Nel 2010 ha distribuito 326.800 dollari a candidati federali. «Non un cifra enorme, rispetto ad alcune grandi società americane, ma neanche ininfluente» spiega a ilfattoquotidiano.it un portavoce del Center for Responsive Politics.

La lista dei beneficiari di Drs è lunga. Fra loro c’è ad esempio Bill Young (10mila dollari nel 2010), potente deputato della Florida, da sempre attento agli interessi della difesa. Young, uno dei pezzi grossi del Defense Subcommittee on Appropriations della Camera, è in testa alla classifica degli Earmarkers del congresso (l’earmark è una richiesta di fondi federali da destinare a singoli progetti di sviluppo sul territorio, una pratica che secondo molti andrebbe maggiormente regolamentata).

Nell’anno fiscale 2010 4 milioni di dollari sono stati da lui caldeggiati per lo sviluppo di una tecnologia di difesa chiamata Reduced manning situational awareness, un progetto di DRS sviluppato a Largo, in Florida. Quasi due terzi dei componenti del Defense Subcommittee, uno dei nodi di controllo dove vengono decisi i finanziamenti a progetti della difesa, hanno ricevuto donazioni elettorali da Drs. Dieci su diciotto per la precisione.

Ma c’è anche G.K. Butterfield, democratico del North Carolina (11mila dollari ricevuti nel 2010), che ha chiesto 13 milioni di dollari per l’Elizabeth City-Pasquotank Aviation Research Development Commerce Park, un parco tecnologico e di sviluppo che mira a trasformare il nordest dello Stato in hub dell’aviazione e dell’aerospazio. Anche qui uno dei maggiori player è Drs.

Molto minori le donazioni dirette a candidati da parte delle altre aziende italiane. Cinquantamila i dollari distribuiti da Case New Holland di Fiat, decisamente la più repubblicana di tutte (la percentuale è 90 e 10). Producendo macchine agricole i suoi interessi sono difesi da politici maggiormente legati all’America rurale e conservatrice. Solo 7.500 dollari per Gtech di Lottomatica. In fondo alla lista Marinette di Fincantieri e e Buzzi Unicem con 3500 dollari.
di Federico Simonelli

Scampi al petrolio, la vecchia ricetta della cucina ligure

Il concetto di “scaricabarile” non è mai stato così azzeccato. I fondali del Mar Ligure al largo di Savona sono ricoperti di petrolio. Dal 1991, quando la petroliera greco-cipriota Haven saltò in aria scaricando 144 mila tonnellate di oro nero. Tutti lo sanno, tutti lo negano. Palazzo Chigi considera il problema “risolto”, il ministero dell’Ambiente pure, anche se si dice pronto a intervenire qualora ci fossero “segnalazioni” della presenza di greggio in fondo al mar.


Questa sera, di segnalazione, ne avranno una che vale le dimissioni. Report, con un servizio di Sigfrido Ranucci, dimostra che quello della Liguria è un scempio che non potevano non sapere: al ministero, di accendere la tv non hanno bisogno. Che sia pieno di petrolio, lo sanno benissimo. Sono stati loro stessi, nel 1995, a commissionare uno studio alla Icram: sanno della distesa di catrame, sanno dell’alta percentuale di pesci con il tumore al fegato, sanno della prole malforme. Eppure fanno finta di niente. Stanno lì, aspettano “segnalazioni”.

Chi lavora nell’industria del greggio, assicura che il petrolio è un “prodotto naturale”, e come tale la natura se lo riprende. Anche nelle peggiori fuoriuscite, giurano, dopo quindici, vent’anni, di quell’olio non c’è più traccia. Anzi, azzardano, rende perfino i fondali più belli. La catastrofe dell’Haven il prossimo aprile compirà vent’anni. Eppure la natura quel vomito nero non sembra averlo digerito. È lei che si è dovuta adattare al magma che l’ha travolta: sugli ammassi di catrame, i moscardini sono perfino riusciti a deporre le uova.


In quella porzione di Mediterraneo, però, la pesca non è vietata. Ogni mattina, i pescatori gettano le reti e quello che portano a galla è una materia grigiastra. In mezzo ci sono i pesci, gli scampi pregiati: loro li prendono, li puliscono e tornano ad essere guardabili e ufficialmente commestibili. L’unica area interdetta alla pesca è quella esattamente sopra il relitto. Per assurdo, l’unica bonificata. L’operazione si è conclusa nel 2008. A farla è stata la Protezione civile, a cui la presidenza del Consiglio, tre anni prima, aveva affidato i fondi per il ripristino nell’area. Quindici anni dopo la tragedia? No, i soldi c’erano già prima, è che li hanno usati per tutt’altro.


Sigfrido Ranucci, carte alla mano, li ha ricostruiti centesimo per centesimo. Il danno stimato per l’incidente della Haven era di circa due mila miliardi di lire. Ma l’Italia non li ha pretesi: si è accontentata di ottenere il pagamento delle misure di ripristino “ragionevoli”, non si sa per chi. Tradotto, 117 miliardi di lire che nel 1999 sono arrivati nelle casse della regione Liguria. Bene, anziché per la Haven, li hanno usati per riqualificare l’ex ferrovia e la passeggiata degli artisti di Albisola, per sistemare il lungomare di Cogoleto, il depuratore di Arenzano. Poi, dopo il trasferimento della gestione alla Protezione civile, li hanno usati per “mettere in sicurezza il sito dell’azienda Stoppani che aveva contaminato di cromo terreni ed acqua” e per pagare gli ammortizzatori sociali dei lavoratori che hanno perso il lavoro.

L’attuale assessore all’Ambiente, Renata Briano, non lo considera un errore. Lei, che il petrolio sia in mezzo ai pesci, non ci crede proprio. “Credo che il petrolio sia in profondità tali che non ci sia pericolo!”. Report stasera lo riporta a galla. Sarà difficile continuare con lo scaricabarile.

di Paola Zanca
da Il Fatto Quotidiano del 31-10-2010

WWF: “GUIDA ON-LINE SU TECNOLOGIA SALVA-CLIMA ANCHE IN AMERICA E CINA”

La piattaforma web ‘topten’ si espande e diventa globale


Il gruppo internazionale di Topten e il WWF annunciano oggi l’espansione della piattaforma online in America e Cina. Da oggi oltre due miliardi di persone hanno accesso agli apparecchi più rispettosi dell’ambiente con l’opportunità di contrastare il cambiamento climatico attraverso scelte informate sui costi energetici degli apparecchi che acquistano. L’obiettivo del progetto Topten, infatti, è quello di combattere il cambiamento climatico in atto e gli eccessivi consumi energetici guidando le scelte del consumatore e incoraggiando l'innovazione verso l’acquisto prodotti super-efficienti appartenenti più comuni categorie dagli elettrodomestici all'elettronica, e potenzialmente, qualsiasi prodotto con un interruttore o un motore.

Considerati anche i suoi 16 siti europei, Topten copre ora le nazioni responsabili complessivamente di circa il 40% delle emissioni mondiali a effetto serra.

Topten è un progetto portato avanti da un gruppo internazionale di organizzazioni indipendenti, tra cui il WWF, e si propone attraverso ogni sito internet nazionale di orientare il consumatore attraverso uno strumento di ricerca online rivolto al pubblico che permette di confrontare tutti i tipi di apparecchi che consumano energia. Con un semplice clic si possono trovare informazioni aggiornate sui prodotti a minor consumo energetico appartenenti a diverse categorie, come gli elettrodomestici o le apparecchiature per ufficio

Per la maggior parte dei consumatori, l’impegno necessario per orientarsi nella giungla degli apparecchi è eccessivo” dice il creatore di Topten Eric Bush. “Con Topten, i consumatori riducono il lavoro di ricerca al minimo, acquistano i prodotti più rispettosi dell’ambiente e motivano in tal modo l’industria a produrre apparecchi ancora migliori”. Ed Eva Alessi, coordinatrice del progetto Topten in Italia aggiunge: “Chi acquista apparecchi Topten non ne ottiene solo una diminuzione dei costi energetici sulla bolletta, ma contribuisce in modo concreto alla protezione dell’ambiente, contribuendo alla lotta ai cambiamenti climatici e all’inquinamento”. Infatti, con il solo miglioramento dell’efficienza energetica, le emissioni di CO2 nei prossimi decenni potrebbero essere ridotte di almeno un terzo. Il tutto, senza alcuna diminuzione del comfort”.

I prodotti ad elevata efficienza energetica offrono uno dei più rapidi e meno faticosi metodi per ottenere una significativa riduzioni dei gas serra. I prodotti più efficienti sul mercato delle più comuni categorie di consumo, come frigoriferi e televisori, possono presentare consumi energetici fino al 50 per cento più basse della media della categoria. Anche un modesto spostamento dei consumi (per es., il 10 per cento delle vendite attuali) verso prodotti più efficienti potrebbe avere un impatto notevole sui cambiamenti climatici, evitando ogni anno il rilascio in atmosfera di 100 milioni di tonnellate di carbonio equivalente. E non c'è motivo di pensare che ciò non possa essere supportato dai mercati. Il mercato svizzero, per esempio, ha già dimostrato il successo di un modello Topten, l’asciugabiancheria a pompa di calore, identificato come prodotto a elevata efficienza da Topten nel 2000: gli acquisti di questo prodotto sono passati da meno del 3 per cento del mercato svizzero nel 2004 a più del 25 per cento del mercato odierno. Ogni sito internet nazionale offre una scelta di diverse categorie di prodotti, nelle quali si possono trovare i 10 apparecchi più efficienti dal punto di vista energetico e quindi i 10 migliori presenti sul mercato

ALTRE INFORMAZIONI SU TOP TEN

Fondato dall’ Agenzia svizzera per l'efficienza energetica (SAFE) e WWF, la logica di Topten è semplice. Si tratta di una “classifica” dei 10 prodotti più efficienti per ciascuna categoria di elettrodomestici e apparecchi elettronici, redatta secondo criteri neutrali e trasparenti che serve per orientare i consumatori. E la crescente domanda e la pubblicità di prodotti efficienti, a loro volta, spingono i costruttori a innovare, accelerando l'introduzione sul mercato di progetti di nuova generazione.

Supportato da un gruppo internazionale di organizzazioni indipendenti, Topten è stato fondato in Svizzera nell’anno 2000. Grazie al supporto della Commissione europea Intelligent Energy Europe, sono state finora messe online 18 piattaforme Topten nazionali. Ogni sito internet nazionale offre una scelta di diverse categorie di prodotti, nelle quali si possono trovare gli apparecchi più efficienti dal punto di vista energetico e i migliori presenti sul mercato.

I criteri di selezione dei prodotti sui siti Topten sono indipendenti dai produttori e dai distributori e si basano su analisi effettuate da istituzioni indipendenti. Topten è uno strumento imparziale e trasparente, su ogni sito e per ogni categoria di prodotto sono riportati gli specifici criteri che hanno determinato la classifica.

Questa piattaforma vuole essere uno strumento per attuare una grande rivoluzione, aiutando le persone a farne parte attraverso la riduzione dei propri consumi,delle proprie spese e della quantità di petrolio bruciato.

Attuare la rivoluzione dell'efficienza è più semplice di quanto si creda.

Per il sito italiano http://www.eurotopten.it/
In sito americano http://www.toptenusa.org/
Per il sito cinese http://www.top10china.cn/
Per il sito europeo, http://www.topten.info/

Fonte: WWF

Contro un'esistenza a punti, Lettera aperta a insegnanti e scuole di italiano per migranti

Pubblico la lettera aperta della Rete delle Scuole di Italiano per Migranti di Bologna contro l’Accordo di Integrazione e la certificazione della competenza linguistica. Firma online.

E’ iniziato quest’estate l’iter per l’approvazione dell’Accordo di Integrazione previsto dal Pacchetto Sicurezza, che introduce un sistema di prove e crediti ai fini dell’ottenimento del permesso di soggiorno. L’Accordo sperimenta un nuovo ed ulteriore vincolo al diritto di soggiorno dei migranti sul territorio italiano, subordinandolo al raggiungimento di competenze ed obiettivi in ogni ambito dell’esistenza, dalla conoscenza della lingua italiana al raggiungimento di standard abitativi, dalla conoscenza di non meglio chiarite «regole del vivere civile» fino all’iscrizione al servizio sanitario. Ogni atto compiuto dal cittadino straniero – da una semplice infrazione amministrativa all’ottenimento di un titolo di studio, passando per la stipula di un contratto d’affitto o un mutuo – sarà sottoposto a verifica e successivamente premiato o sanzionato attraverso un sistema di punti con cui verrà misurato il suo grado di integrazione e di conseguenza la sua possibilità di esercitare i propri diritti [che, per inciso, si mantengono sempre inferiori a quelli dei cittadini italiani].


Dalla lettura dello schema del decreto emerge la volontà di incentivare e favorire comportamenti virtuosi le cui condizioni sono nella realtà e nella quotidianità assolutamente utopiche, quando non espressamente ostacolate dalla normativa stessa. Citiamo a titolo di esempio le enormi difficoltà che un migrante incontra nello stipulare un contratto di affitto [6 crediti] in un mercato immobiliare dove le discriminazioni etniche sono all’ordine del giorno. Oppure quando è in possesso della sola ricevuta di richiesta del permesso o, ancora, di fronte ai costi esorbitanti degli affitti, che lo costringono a condividere un appartamento subaffittandolo ad altri.

Tutto ciò nel pieno di una crisi lavorativa che forza le famiglie alla morosità e le pone a rischio di sfratto.

Ad essere premiata è anche la scelta del medico di base [4 crediti], ignorando la condizione di marginalità, ghettizzazione e disinformazione in cui sono tenuti i lavoratori migranti. Si pensi solamente allo stato di isolamento ed abbandono dei lavoratori in nero nelle campagne del sud. La loro salute è di fatto affidata a Ong come Medici senza frontiere che normalmente garantiscono le cure mediche in contesti di guerra ed in paesi in via di sviluppo.

Ulteriori punti vengono poi attribuiti ai titoli di studio conseguiti in Italia, senza considerare che una larga parte dei migranti ha già una formazione qualificata, con diplomi e specializzazioni che il nostro sistema considera carta straccia. In più non si favorisce l’accesso all’istruzione superiore, che resta un lusso per chi non ha solide reti di appoggio familiari, dal momento che borse di studio ed altri incentivi sono insufficienti.

Tra le velleità, le astrattezze, le ipocrisie e le incoerenze che animano tutto il provvedimento non ci stupisce di trovare tra i requisiti per ottenere il permesso di soggiorno anche la competenza linguistica: il migrante ha due anni di tempo per raggiungere un livello di certificazione A2 ed ottenere così 20 crediti. In caso di mancata certificazione il permesso di soggiorno è dapprima prorogato di un anno e poi revocato.

A partire da dicembre la stessa certificazione A2 sarà vincolante per l’ottenimento del permesso per soggiornanti di lungo periodo, un documento a tempo indeterminato che riconosce ai migranti maggiori diritti e welfare, liberandoli dall’incubo di ritornare all’irregolarità se perdono il lavoro.

È evidente che non contestiamo l’utilità dell’apprendimento della lingua italiana, ma siamo contrari ad un disegno che lo pone come requisito per l’accesso ai diritti.

Come insegnanti delle scuole di italiano auto-organizzate abbiamo sempre considerato la conoscenza della lingua uno strumento di autonomia e crescita personale, un mezzo indispensabile per interagire con il mondo circostante, per dar forma ai desideri e per esprimere la propria coscienza critica.

Abbiamo sempre preso le distanze da un modello di insegnamento che prevede la trasmissione unidirezionale di nozioni, convenzioni e concetti formali, che non tiene conto di quanto l’apprendimento sia un percorso lungo e accidentato, sottoposto ad infinite variabili – differenze di genere, relativi livelli di scolarizzazione ed enciclopedia pregressi, modalità e tempi di studio, condizioni quotidiane soggettive di vita e di lavoro – e che tratta l’alunno come un soggetto da educare mediante il trasferimento meccanico e acritico di conoscenze e valori da riattivare attraverso test di competenza ed esami di certificazione.

Invece è solo un processo di conoscenza reciproca e non unilaterale che aiuta a sconfiggere i sentimenti di diffidenza ed i pregiudizi agitati anche nelle linee guida previste dal Piano per l’Integrazione nella sicurezza stilato dal governo, così come la paura che «le diverse tradizioni e culture di provenienza entrino in collisione con il nostro assetto valoriale». Il timore che culture e tradizioni diverse possano collidere con, e avere il sopravvento su una presunta «cultura italiana» è la cifra che da anni caratterizza il dibattito politico ufficiale in materia di immigrazione. Noi non condividiamo questo timore, perché interpretiamo il confronto quotidiano con culture e tradizioni diverse come stimolo e necessità per costruire insieme la società di oggi e di domani e perché crediamo che a interagire siano sempre persone, la cui soggettività non è riducibile a totalizzanti categorie sovraindividuali di cui esse sarebbero rappresentanti o esponenti.

Trasformare quindi l’apprendimento dell’italiano in un vincolo propedeutico ai diritti delle persone – oggi tutti ancorati al permesso di soggiorno – da un lato sconvolge l’idea da noi praticata di conoscenza della lingua e dall’altro crea un odioso legame di causalità con il reato di clandestinità, che riteniamo illegittimo e a cui ci opponiamo aprendo le nostre scuole anche a chi non ha il permesso di soggiorno. Stabilire una soglia universale di conoscenza della lingua al di sotto della quale gli individui restano o tornano «clandestini» strumentalizza pericolosamente il processo di acquisizione della lingua, stravolge e nega in partenza ogni ipotesi di integrazione e crescita individuale e collettiva.

Per tutto questo riteniamo che il modello proposto con l’Accordo di Integrazione sia fallimentare. E non solo nel porsi come incentivo all’apprendimento della lingua italiana, ma anche laddove si pone come dispositivo per divulgare la «cultura civica e della conoscenza della vita civile in Italia» [da 6 a 12 crediti].

Di fatto, con l’Accordo di Integrazione, lo Stato si deresponsabilizza rispetto ai suoi doveri di assicurare le condizioni indispensabili affinché tutti i migranti possano raggiungere standard soddisfacenti di qualità della vita, sostituendo la propria funzione di agente di promozione dei percorsi di integrazione con quella di soggetto di sanzionamento disciplinare. Basta pensare alla costante riduzione, verso l’azzeramento, di ogni risorsa utile all’alfabetizzazione ed alla mediazione linguistica e culturale nelle scuole di ogni ordine e grado [vedi riforma Gelmini], nei Centri territoriali permanenti e negli enti locali, alla mancanza di un coerente programma di formazione rivolto agli operatori delle amministrazioni pubbliche, in primis questura e prefettura, sulle problematiche migratorie, su doveri, diritti e procedure formali su cui troppo spesso si riscontra una scarsa conoscenza da parte dei soggetti «competenti» e una difformità di giudizio a seconda della città in cui ci si trova.

È difficile sintetizzare le tante considerazioni scaturite dalla lettura dell’Accordo di Integrazione e dal «Piano per l’integrazione nella sicurezza. Identità e Incontro» stilato dal governo. Identità, cultura, integrazione, legalità, sicurezza sono temi troppo importanti e delicati per essere strumentalizzati al fine di ottenere consenso su politiche razziste e repressive nei confronti dei migranti e per celarne i tragici effetti in termini umani, sociali e di violazione dei diritti.

Per questo motivo invitiamo associazioni, insegnanti, operatori ed educatori a partecipare ad un confronto aperto su questo provvedimento, che forse non costringerà necessariamente le scuole a cambiare la loro funzione ed organizzazione ma modificherà comunque il rapporto dei migranti con la conoscenza e con tutti gli «operatori del sapere» sul territorio, a partire dalle scuole pubbliche fino alle scuole di italiano per migranti delle associazioni. Rigettiamo ogni ipotesi di trasformazione dei centri del sapere, dell’incontro e della condivisione in centri per il controllo e l’accertamento di competenze funzionali al mantenimento di diritti raggiunti attraverso sacrifici e pagando prezzi altissimi.

Invitiamo a sottoscrivere questa lettera aperta che vuole avviare un dibattito sui principi, le conseguenze, le modalità di applicazione dell’Accordo di Integrazione e siamo disponibili ad organizzare un incontro di discussione tra tutti gli interessati.

Rete Scuole di Italiano per Migranti di Bologna

[Aprimondo-Centro Poggeschi, Associazione Ya Basta! Bologna, Scuola SIM XM24, Famiglie Insieme, Scuola By Piedi-Chiesa Evangelica Metodista, Scuola Alfabeti Colorati]

sabato 30 ottobre 2010

BETIM, LA PIÙ GRANDE FABBRICA ITALIANA

La Fiat è un'impresa multinazionale. E dunque utilizzerebbe il ricatto della globalizzazione per imporre anche in Italia le condizioni di lavoro praticate in paesi dove la sindacalizzazione è bassa. Ma se si guarda all'esperienza della fabbrica brasiliana di Betim, si scopre che i diritti dei lavoratori non sono violati. E che, sotto la patina di un certo paternalismo e malgrado la fragilità del sindacato, tra operai e dirigenti esiste tuttora una sana dialettica. Una informazione più precisa eviterebbe il rischio di impoverire il dibattito sul futuro della Fiat.



Lo stabilimento Fiat
a Betim, Brasile. Da internet

Ogni volta che Sergio Marchionne parla di Fabbrica Italia, per qualche fuggevole momento ci si accorge che il maggiore stabilimento della principale azienda manifatturiera italiana è a 9.127 km da Torino. Poi il silenzio ricala su Betim ed è di nuovo possibile parlare in libertà, sostenendo alcuni che la globalizzazione ha sepolto la lotta di classe, altri che nei paesi emergenti il diritto del lavoro è all’abc e che la Fiat usa il ricatto per imporre in Italia condizioni analoghe.


COME NASCE FIASA


In un articolo più esteso (di prossima pubblicazione su Equilibri) ho raccolto informazioni su come vengono prodotte le vetture Fiat in Brasile. Quello che interessa non è tanto quanto vengono pagati i lavoratori rispetto all’Italia – ovviamente meno – ma come si determinano ed evolvono retribuzione e condizioni di lavoro.

Un breve cenno storico aiuta a mettere quest’esperienza in prospettiva. Dopo vari tentativi andati in fumo per motivi diversi, Fiat Automòveis (Fiasa) fu costituita nel 1973, una joint venture di cui la Fiat deteneva il 54,7 per cento e il governo di Minas Gerais il resto. A Betim la tradizione industriale era scarsa e quindi deboli coscienza operaia e presenza sindacale, a differenza di quanto accadeva nell’Abc paulista, con un sindacato guidato da un certo Luiz Inácio Lula da Silva. La fase di avvio fu particolarmente difficile, sia per il contesto economico brasiliano, sia per le gravi difficoltà in cui si dibatteva l’azienda torinese all’epoca. Piuttosto che abbandonare il paese, come venne deciso nel caso dell’Argentina, la Fiat scelse però di ricapitalizzare progressivamente la società, terminando con acquisire l’intero pacchetto azionario nel 1986.

Da vera e propria palla al piede, Fiasa è progressivamente diventata una mucca da mungere ed è letteralmente esplosa negli ultimi tempi, guadagnando la leadership nazionale proprio nel momento in cui il Brasile ha sorpassato la Germania per diventare il quarto paese produttore (in volume) al mondo. Nel 2008 il Brasile ha contribuito per il 32,6 per cento alla produzione mondiale di auto Fiat (pressoché un raddoppio rispetto al 2000) e per il 29,4 delle vendite. In termini di fatturato, Fiasa ha aumentato di cinque punti il suo contributo dal 2000 (17,3 per cento) al 2009 (22,2 per cento). Ancora più impressionante il contributo reddituale: nel periodo 2005-09 la Fiat ha registrato 10,6 miliardi di euro di profitti operativi cumulati, mentre Fiasa ne ha registrati 5,1. Certo non a caso Cledorvino Belini, già nel 2004 il primo brasiliano a essere nominato alla testa di Fiasa, è stato invitato nel 2009 a far parte del consiglio esecutivo del gruppo Fiat a livello mondiale.

SALARI BRASILIANI


In Brasile non esiste, con l’eccezione del settore bancario, il contratto nazionale di categoria. La convenzione dei metallurgici è negoziata a livello statale. La remunerazione comprende una componente fissa e una Participação nos Lucros e Resultados (Plr), definita a livello di ciascuna impresa. Fiasa, che ha introdotto la Plr nel 1995 (un anno dopo la Mercedes, nello stato di São Paulo), utilizza tre indicatori collettivi – il livello della produzione e due indici di qualità – e uno individuale, l’assenteismo. Fino al 2004 i valori corrisposti come Plr erano proporzionali al salario nominale; si applicavano limiti minimi e massimi, per fascia di punteggio, una formula interessante per i lavoratori che ricevevano salari inferiori dato che i limiti minimi li compensavano in parte. Nel 2005 si abolì il minimo e da allora il pagamento è lineare, ovvero tutti i lavoratori, a parità di risultato individuale, ricevono lo stesso valore. Sotto i 50 punti non c’è premio; da 50 a 60 il pagamento è di R$ 2.119, e poi aumenti dell’11,1 per cento per ciascuna tranche di 10 punti, fino a un massimo di R$ 3.230.

In Fiasa un operaio non-specializzato guadagna R$ 4,40 all’ora (€1,9). Al netto dei contributi previdenziali e dei costi di transporto e refezione, sono R$ 831 al mese (€353). Dopo quarantadue mesi di lavoro, il salario netto al mese aumenta a R$ 1.335 (€565). Poco o tanto? Non è facile rispondere, sono tante le variabili in gioco. Il salario minimo, per esempio, è attualmente di R$ 510. Rispetto ai metallurgici in altre città equivalenti nello stato di São Paulo, a Betim a dicembre 2008 il salario medio di un operaio era inferiore. Secondo i dati relativi agli accordi collettivi sulla partecipazione ai risultati relativi al periodo 2010-11, con il massimo punteggio un dipendente Fiasa riceve un emolumento inferiore a quello di un suo collega che lavora in Ford e Volkswagen. Per la campagna salariale 2010, Fiasa ha negoziato un adeguamento in linea con gli altri produttori e superiore a quello pattuito nel contratto dei metallurgici di Minas Gerais.

Se guardiamo l’evoluzione delle remunerazioni nell’ultimo decennio, sempre per un operaio non specializzato, la performance è positiva. In termini reali, a inizio 2009 il salario Fiasa era del 12,6 per cento superiore a quello del 2000. L’ammontare maggiore ricevuto corrisponde proprio al periodo più recente, grazie al soddisfacente aggiustamento del salario nominale, alla riduzione dell’inflazione rispetto al valore programmato e al mantenimento dela Plr a livelli elevati. In media la Plr è ammontata al 17,15 per cento del totale della remunerazione fissa annua. La Plr è aumentata del 19,06 per cento tra 1997 e 2009, periodo in cui la produzione è cresciuta del 49,63 per cento.
 
Livello e composizione della remunerazione di un operaio non specializzato, 2001-09

 
2000-01
2001-02
2002-03
2003-04
2004-05
2005-06
2006-07
2007-08
2008-09


Fisso+PLR+premio
19.109
18.843
17.513
18.369
19.462
20.434
21.147
21.115
22.351
Media 12 mesi
1.592
1.570
1.459
1.530
1.621
1.702
1.762
1.759
1.862

Variazione media 12 mesi

-1,39
-7,05
4,88
5,95
5,00
3,49
-0,15
5,85
Variazione PLR

1,76   
-13,71
-15,67
21,07
16,19
-5,10
10,35
-9,12
PLR+premio / fisso
17,66
18,32
16,79
13,07
15,22
17,12
19,88
17,39
18,91
Fonte: “Evolução da remuneração dos trabalhadores da FitT Automóveis com base na análise do “Operador de Processo Industrial””, Sindicato dos Metalúrgicos de Betim, Escritório Regional do DIEESE em Minas Gerais, Estudos e Pesquisas, Ano III – Nº 12 – Marzo 2009.


Il sindacato valuta positivamente l’esperienza della Pr. La formula lineare di determinazione del pagamento e la natura collettiva degli indicatori (tranne l’indice di assenteismo) hanno favorito la cooperazione tra i lavoratori nel perseguimento degli obiettivi; d’altro canto, in un paese in cui permangono ostacoli alla rappresentanza sindacale, la presenza obbligatoria delle organizzazioni dei lavoratori in seno alle commissioni miste imprese-dipendenti che negoziano la Plr offre visibilità ai sindacati stessi.


CONFLITTUALITÀ E SINDACATO

Ricerche mostrano come l’operaio fordista, impiegato in catena di montaggio, sottomesso a regole che non condivide e perciò naturalmente incline alla conflittualità classista, abbia lasciato spazio a una figura maggiormente qualificata e motivata, che all’interno dell’unità tecnologica elementare contribuisce alla risoluzione dei problemi con personale tecnico gerarchicamente meno distante che in passato. L’impresa stessa sta abbandonando alcune delle pratiche del passato e l'ultimo accordo di lavoro concede al sindacato condizioni più agevoli per informare due volte all’anno i lavoratori dei benefici dell’adesione.

Certo ci sono anche gli interrogativi. La Fiat è stata la prima delle imprese automobilistiche ad applicare le quaranta ore settimanali, mentre la durata legale è tuttora di quarantaquatro ore. Se venisse accettata la proposta di revisione costituzionale n. 231/95, si passerebbe a quaranta ore, senza riduzione di salario, e il premio corrispondente alle ore extra aumenterebbe dal 50 al 75 per cento del valore dell’ora standard. La proposta, presentata l’11 ottobre 1995, giace attualmente in commissione parlamentare.

Per quanto riguarda la sindacalizzazione, in Fiasa è oggi prossima al 2 per cento. A titolo comparativo, nella regione Abc, il Sindicato dos Metalúrgicos conta 98mila iscritti, più di 30mila nell’automobile dove i costruttori hanno un tasso di sindacalizzazione dell’88 per cento. Il sindacato si lamenta degli ostacoli frapposti all’attività sindacale. La risposta dell’impresa è che sono i lavoratori a scegliere in piena autonomia di non aderire. Non c’è dubbio che l’insieme di interventi sociali offerti da Fiasa siano un incentivo forte per costruire un rapporto di lunga durata con i lavoratori. In più il sistema di reclutamento del nuovo personale si basa esclusivamente sui suggerimenti da parte dei dipendenti, che quindi sono indotti a un certo conformismo.

In sintesi, due cose fondamentali appaiono evidenti: che a Betim i diritti dei lavoratori non sono assolutamente violati, e che a nessuno verrebbe in mente di istituire la pausa pipì con il gettone a tempo; ma anche che, sotto la patina di un certo paternalismo e malgrado la fragilità del sindacato, tra operai e dirigenti esiste tuttora una sana dialettica. Informarsi su quello che succede nel mondo prima di parlare eviterebbe il rischio di spargere banalità e impoverire il dibattito sul futuro della Fiat.

Fonte: http://www.lavoce.info/

Appello ai salariati, disoccupati e precari dei paesi dell’Unione Europea

dell'Assemblea degli studenti, disoccupati e precari di Rennes

Noi siamo precari, salariati, studenti o disoccupati, attualmente impegnati nella lotta contro la riforma delle pensioni del governo Sarkozy, che prevede l’avanzamento dell’età di pensione e l’aumento degli anni di contribuzione per poterla ottenere. Questa misura, che comporterà il peggioramento delle condizioni di vita dei settori precarizzati e una progressione notevole delle logiche contributive, discende in linea diretta dalle politiche thatcheriane messe in atto da quattro anni dal governo Sarkozy, ma anche dalla maggior parte dei paesi europei dopo vent’anni di regno dell’ortodossia neoliberale. Tale politica di regressione sociale (privatizzazioni, congelamento dei salari, tagli alla funzione pubblica e alle spese sociali) fa sentire più duramente i suoi effetti dopo che la recessione del 2008-2009 (con i suoi licenziamenti di massa), lungi dal costringere a una revisione dei dogmi liberali, ha comportato un’accentuazione dei piani di rigore a danno delle classi popolari.

In numerosi paesi, come la Grecia e l’Inghilterra, non si esita più ad annunciare drastiche riduzioni dei salari e delle pensioni, proprio nel momento in cui le banche vengono salvate a suon di centinaia di miliardi. Dovunque si moltiplicano le misure a favore della borghesia: “scudi fiscali”, contratti ultra-precari esenti da contributi o prestazioni di lavoro gratuite, facilitazione dei licenziamenti, limitazione del diritto di sciopero e criminalizzazione dei movimenti sociali. Dappertutto questa Europa, edificata sul mito del continuo progresso sociale e culturale garantito dalle istituzioni, sta ricreando il proletariato indesiderabile che credeva di avere assimilato. La pace tra gli Stati europei ha un duplice risvolto: esportare fuori del continente i conflitti per lo sfruttamento ottimale delle ricchezze, e la cooperazione di tutti i padroni e padroncini dell’economia europea contro chiunque contravvenga alle sue leggi, si tratti della resistenza popolare o dei regimi di protezione sociale. Nello stesso tempo in cui ci si fortifica contro i migranti, si continua a importare la parte di manodopera disposta ai lavori che gli “europei d’élite” non vogliono più fare, e a esportare le industrie che potranno sfruttare a basso costo la parte restante, inchiodata al paese d’origine dall’Europa-fortezza.

In risposta a questa situazione esasperante, gli avvenimenti della scorsa primavera in Grecia hanno aperto la strada a una controffensiva su scala europea. Ma la strategia timidissima delle centrali sindacali, e il freno dovuto al dramma della banca Marfin’s (1), hanno finora rinviato la ripresa di un’aperta conflittualità. Adesso, dopo un mese di conflitto, la base delle centrali sindacali è stata riconquistata dall’idea di uno sciopero generalizzato. Secondo un sondaggio recente, la maggior parte della popolazione auspica una “radicalizzazione” del movimento, a fronte di un governo inflessibile. Ricordiamo tutti il movimento studentesco e liceale parzialmente vittorioso detto “anti-CPE” (2), della primavera del 2006. Aveva imposto, oltre allo sciopero e alla manifestazione, la forma di lotta del blocco economico. Nelle città più importanti, mentre le università in sciopero erano occupate e dimostrazioni di massa terminavano regolarmente in scontri di strada, gli scioperanti erano ricorsi ai blocchi delle autostrade, dei centri commerciali, delle stazioni, degli aeroporti, degli uffici postali e dei depositi degli autobus. Alla fine, la Confindustra invocò un altro governo “inflessibile”, duttile al punto da ristabilire la vita economica normale. Il CPE fu ritirato.

Oggi non è un caso se le audaci scommesse del movimento del 2006 appaiono come la grammatica elementare delle tendenze più attive nella lotta contro l’attuale progetto governativo. A Rennes i centri commerciali sono presi di mira in ogni manifestazione. Gli scioperi più decisi colpiscono soprattutto le raffinerie e i depositi di petrolio; gli scioperanti marsigliesi, vera avanguardia del movimento, paralizzano il porto e impongono alla città la loro pulsazione. Sappiamo che, quanto più acquistiamo fiducia nella nostra forza, tanto più la nostra gioiosa determinazione si contagia. Le immagini dei picchetti volanti di Barcellona, che facevano chiudere, nel settembre scorso, tutti gli esercizi commerciali nel giorno dello sciopero generale, hanno influito sulla volontà di rendere sistematiche prassi di quel tipo. Sappiamo che può garantirci la vittoria solo la capacità di contrastare l’attuale strategia governativa di corruzione e di intimidazione. Questa si traduce principalmente nel ricorso crescente alle violenze poliziesche: numerosi giovani manifestanti gravemente feriti, centinaia di arresti e di condanne demenziali (per esempio, la galera per avere dato fuoco a un cassonetto), un uso divenuto normale del manganello e dei gas lacrimogeni per sbloccare la circolazione stradale. Questa violenza è accompagnata da limitazioni al diritto di sciopero (precettazione degli operai petrolchimici, minacce di pesanti condanne in caso di rifiuto).

Secondo noi, è tempo di un ricorso massiccio all’arma del blocco economico. Con questo mezzo, i disoccupati e i precari che non hanno accesso a un posto di lavoro stabile e duraturo possono partecipare alla pressione degli scioperanti “tradizionali” sui dividendi del padronato. Il blocco economico, come tattica di indurimento dello sciopero, è accessibile a tutti. Se lo sciopero (di salariati, studenti, liceali, o lo “sciopero al contrario” di disoccupati o precari) (3) libera tempo e attenzione alla loro subordinazione ai circuiti economici, il blocco dell’economia permette di godere pienamente del tempo liberato. Perturba quei circuiti dominati dai poteri che combattiamo, più sicuramente di tranquille dimostrazioni che non arrecano loro il minimo danno. Il blocco economico consente, in un’economia integrata e disseminata nei suoi flussi di capitali, di merci e di informazioni, di generalizzare l’impatto di scioperi limitati a qualche settore. Può anche permettere l’incontro tra scioperanti venuti a bloccare un centro produttivo, e salariati di quel centro, incoraggiati dall’azione a unirsi al movimento.. Lo sciopero stesso può essere visto quale arma di blocco economico, che permette al movimento di durare senza tradursi in sciopero a oltranza, difficile da reggere per i salariati. Scioperi a macchia di leopardo, scioperi alternati, scioperi che paralizzano certi settori o nodi strategici, sostenuti da altri che li possono finanziare.

La vittoria, anche simbolica o parziale, non può che discendere da questo: ogni collettivo di lotta, ogni sindacato locale, ogni gruppo formale o informale di militanti, di amici, di colleghi, di parenti, mentre si coordina con altri dia vita al proprio picchetto volante. Tali forme di disponibilità alla lotta sarebbero pienamente compatibili con momenti di quiete, in cui potremmo organizzarci praticamente, condividere idee, una cena, canzoni ed esperienze... In momenti in cui il governo non esita a ricorrere alla polizia o alle minacce di incarcerazione per spazzare via i picchetti e obbligare alla ripresa del lavoro, tenersi pronti alla più ampia mobilità, essere in grado di raccogliersi in fretta in un punto per fare massa inamovibile, oppure a disseminarsi per bloccare la metropoli in dieci luoghi alla volta, è secondo noi il solo modo davvero coerente di “mobilitarci”, per riprendere la formula sindacale. Il migliore uso possibile del tempo liberato dallo sciopero.

Mentre ci avviciniamo gradualmente a una penuria di carburante, la questione dei bersagli prioritari si risolve da sola: raffinerie, depositi di benzina, arterie di circolazione di ogni tipo, centri commerciali, nodi di distribuzione… Va segnalato anche l’interesse di blocchi che contribuiscano a fare uscire la faccenda dal ghetto nazionale. Pensiamo per esempio al turismo, che costituisce uno dei “polmoni” del nostro continente-museo: grandi alberghi e ristoranti, grandi spettacoli, consumo di lusso... Pensiamo anche all’interesse a incoraggiare certi media a “sbloccare” l’informazione e a dare la parola a coloro che ne sono istituzionalmente privati. Pensiamo inoltre ai “quartieri d’affari” delle nostre metropoli, che potrebbero ripercuotere ai quattro angoli del mondo la cattiva reputazione delle loro “province” mal colonizzate...

Ferrovieri belgi, siderurgici castigliani, portuali marsigliesi, fattorini, interinali, precari e indesiderabili di ovunque, la vostra battaglia è la nostra. Dappertutto dobbiamo rispondere in maniera solidale e coordinata a ogni offensiva che provenga da i nostri oligarchi nazionali, più o meno complici dei commissari e banchieri europei.

Per paralizzare le controriforme e i piani di rigore, per migliorare le nostre condizioni di vita, per una politica di apertura e solidarietà verso i migranti e i proletari di tutti i paesi, formiamo ovunque comitati di lotta, assemblee generali interprofessionali, brigate di picchetti volanti sempre più coordinate al di là delle frontiere. Blocchiamo l’Europa del capitale, apriamo l’Europa-fortezza, sbarazziamoci di Sarkozy, Merkel, Barroso, Berlusconi! Sciopero generale! Blocco economico!

Partecipanti all’assemblea generale degli studenti di Rennes 2, al movimento dei disoccupati e dei precari, all’Assemblea generale interprofessionale di Rennes, 25 ottobre 2010.


NOTE

1) Nell’incendio della banca Marfin’s di Atene morirono tre impiegati, costretti al lavoro malgrado lo sciopero.
2) CPE, Contratto di primo impiego. Molto simile alla “Legge Biagi” italiana. Il governo francese fu costretto a ritirarlo sotto la spinta delle proteste.
3) Per “sciopero al contrario” si intende l’esecuzione di lavori non commissionati, con successiva richiesta di salario. Fu arma tipica del movimento operaio e contadino italiano nei primi decenni del ‘900, e assunse il nome di “imponibile di manodopera”. Nel secondo dopoguerra, ne fu decretata l’illegalità.
 
Fonte: Carmillaonline

Violenza domestica e sessuale: 138 casi dall´inizio dell´anno

Al Pronto Soccorso, dall´inizio dell´anno, 138 accessi. In 11 casi le vittime sono uomini, mentre i sei stupri hanno coinvolto donne straniere.

Sono 138, dall´inizio dell´anno, gli accessi al Pronto Soccorso del Massaia per violenza domestica o sessuale: l´ultimo episodio è avvenuto il 27 ottobre. Nella maggior parte dei casi le vittime sono le donne (127, età media 38 anni), ma non mancano gli uomini (11).

E se, nel totale, i soggetti coinvolti sono per gran parte di nazionalità italiana (82 contro 56 stranieri), dei sei stupri registrati sono state bersaglio le donne immigrate: 3 rumene e altrettante nigeriane. Tra le straniere, quelle che finiscono più spesso in ospedale sono le rumene (19 casi), seguite da nigeriane, (8) albanesi (7), moldave (4) e peruviane (4). Altre nazionalità interessate: ivoriane, marocchine, estoni, ecuadoriane, brasiliane, ungheresi, tunisine, macedoni. Pochi i casi di bambini e anziani maltrattati.

I dati (in aumento rispetto al 2009) indicano che le percosse, che hanno costretto le vittime a ricorrere al Pronto Soccorso, si consumano generalmente in ambito familiare, per mano del marito o convivente, ma anche per colpa di fidanzati, genitori, parenti e vicini di casa. In tre casi le donne, per sottrarsi ai maltrattamenti, sono state accolte in case segrete: una ha portato con sé la figlia di pochi mesi; altre volte è stato necessario ricorrere all´intervento delle assistenti sociali.

Non mancano vicende in cui i maltrattamenti e la paura determinano altri drammi: due i tentativi di suicidio messi in atto per reiterate violenze fisiche e sessuali da parte dei mariti. Talvolta i maltrattamenti, indotti o aggravati dall´abuso di alcol, si consumano in fase di separazione della coppia o, quando la donna si prostituisce, vengono inflitte dai clienti.

Nel racconto degli uomini ricorsi alle cure dei medici, le aggressioni sono mosse dalla moglie, dall´ex coniuge o dalla madre, mentre non mancano casi di colluttazione con il padre.

Per prassi, dopo la dimissione della vittima dal Pronto Soccorso, viene inviata un referto all´autorità giudiziaria; la decisione se denunciare il soggetto che ha inflitto la violenza spetta unicamente alla vittima. Nel caso delle donne, la casistica di chi ricorre alle cure dei medici è varia: ci sono soggetti maltrattati che si presentano per la prima volta e altri che tornano, spesso con segni sempre più gravi ed evidenti (dalle ecchimosi sul volto e sul corpo si passa, per esempio, ai denti rotti e alle fratture costali) e con una pressione psicologica molto forte (denunciare o meno il proprio compagno? E, in questo caso, come ottenere protezione per sé e per i figli?).

Per supportare chi è oggetto di violenza domestica o sessuale, l´Asl AT sta preparando un opuscolo con i numeri telefonici di primo intervento e le indicazioni sui servizi del territorio a cui rivolgersi per chiedere aiuto.

"Questa iniziativa - spiega Mauro Favro, direttore sanitario dell´Azienda - si affianca ad altri strumenti che abbiamo adottato per essere concretamente vicini a chi è vittima di maltrattamenti o di stupro. I medici del Pronto Soccorso operano sulla base di protocolli operativi per la gestione dei casi, mentre sotto il coordinamento della Direzione Sanitaria è attivo un Gruppo specialistico costituito da varie figure professionali interne al Massaia (ginecologa, assistente sociale, infermiera, ecc.). In prospettiva le donne che necessitano di protezione avranno a disposizione un posto letto segreto, mentre le vittime di violenza o maltrattamento saranno identificate, all´ingresso in Pronto Soccorso, con un codice colore particolare, che farà attivare immediatamente anche l´assistente sociale. Inoltre la nostra Azienda ha aderito al ‘Protocollo d´intesa per la promozione di strategie condivise finalizzate alla prevenzione e al contrasto del fenomeno della violenza nei confronti delle donne´ che coinvolge istituzioni, forze dell´ordine, consorzi socio-assistenziali, associazioni di volontariato e altri soggetti attivi sul territorio".

 
Fonte: Gosalute

Gli Stati Uniti lavano i panni sporchi in Nigeria

È sempre la stessa storia, navi cariche di computer, telefonini, televisori, tastiere e altri supporti tecnologici ormai vecchi o non più utilizzabili salpano dai porti statunitensi, australiani ed europei per attraccare in Africa, la discarica dell’Occidente.

È capitato in Nigeria, nella notte tra sabato 16 e domenica 17 ottobre, quando il cargo Grand America ha lasciato sulla banchina di Tin Can Island, prima di ripartire in fretta e furia verso nord, ben sette container di rifiuti tossici. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa Misna, che è entrata in contatto con Sule Oyofo, un dirigente della “Nigerian Environmental Standards and Regulations Enforcement Agency” ( Nesrea). Un organismo, istituito intorno alla fine degli anni Ottanta, dopo uno dei capitoli più tristi della storia della pattumiera africana: ben 3500 tonnellate di rifiuti tossici dell’industria “made in Italy” furono riversate nella spiaggia di Koko, il cuore del Delta del Niger. Da allora le cose non sono cambiate.

Ma almeno questa volta, dice il dirigente della Nesrea, c’è stata una severa multa. Non per la Grand America, che con l’aiuto di qualche funzionario corrotto, è riuscita a scappare nella notte, ma per un altro cargo sempre Usa, Mv Veradin, arrivato sulle coste della Nigeria da New York dopo aver fatto scalo in Spagna. Nei container ritrovati c’erano i tubi catodici con il piombo e l’arsenico, vecchi computer con il mercurio, il nickel e il cadmio. Veleni che recano gravi danni all’ambiente e alla salute dell’uomo. Ma non sono casi isolati.

Si calcola che in Nigeria, giungono mensilmente più di 500 container colmi di rifiuti tecnologici. Solo nel 2005, ricorda Jim Puckett, il direttore del Basel Action Network, un’organizzazione non governativa con sede negli Stati Uniti, “in un solo mese nello Stato di Lagos arrivarono 400 container di spazzatura elettronica, quasi tutti provenienti da Nord America ed Europa”. Si tratta di pura e semplice convenienza. Rottamare un computer vecchio costa tanti soldi, portarlo in Nigeria o in qualche altro Paese sperduto dell’Africa si guadagna. Si parla addirittura di beneficenza. “Questi traffici sono spesso giustificati con l’esigenza di ridurre divario digitale che taglia il mondo in due”- si legge sulla Misna – “come dire, ti do computer di seconda mano per aiutarti, ma poi eludo i controlli e i cargo li riempio di spazzatura elettronica”. Si alimenta così un traffico di ecomafie con la complicità delle istituzioni locali.

Ma “i veri colpevoli – secondo Puckett – sono gli esportatori: incassano tariffe milionarie per il servizio”. Decontaminare e smaltire in sicurezza dei residui tossici costa più di mille dollari alla tonnellata, mentre gli smaltitori illeciti offrono prezzi fino a nove decimi più bassi, utilizzando vecchie navi, appartenenti a compagnie sospette che usano bandiere di comodo e che spesso cambiano durante il tragitto, nonostante sia vietato dal diritto internazionale.

In particolare, la Convenzione di Basilea del 1989 prevede condanne penali per i trafficanti di rifiuti pericolosi. Ma il paradosso è proprio qui: gli Stati Uniti, il primo Paese al mondo per il consumo di tecnologie, non hanno mai firmato la Convenzione.
di Francesca Dessì

Fonte: Rinascita