sabato 26 giugno 2010

FLASH MOB IN VIA DEL CORSO E INCONTRO CONFERENZA PER DIRE NO AL NUCLEARE


Evento organizzato da Greenpeace, Gli Amici di Beppe Grillo di Roma e Mondo Senza guerre e Senza Violenza

Roma, 25 Giugno 2010 -- E' scattato alle ore 17.00 in Via del Corso a Roma il Flash Mob collettivo per riportare l'attenzione dei cittadini sul rischio del ritorno del nucleare in Italia. Lo squillo di una tromba ha interrotto la routine della strada e tutte le persone presenti sono rimaste 'congelate' per un minuto dopo essersi accasciate a terra.





Contro la disinformazione dilagante sul tema del nucleare, domani - sabato 26 giugno - si terrà l'incontro conferenza "Insieme per dire No la Nucleare". Interverranno Giuseppe Onufrio (direttore esecutivo di Greenpeace Italia), Giulietto Chiesa (giornalista - esperto geo-politico), Giovanni Ghirga (Medici per l'Ambiente e la Salute). Moderatrice dell'evento, Federica Fratini di Mondo Senza Guerre e senza Violenza. L'appuntamento è alle 18.30 presso la Casetta Rossa nel quartiere di Garbatella in via Magnaghi angolo Via Ignazio Persico.

Greenpeace: solo chiacchiere dall'IWC


Dalla 62esima riunione dell'IWC solo chiacchiere che non fermeranno il vergognoso massacro delle balene.

Nessun accordo per proteggere le balene dalla 62esima riunione della Commissione baleniera internazionale (IWC) che si è conclusa ieri sera ad Agadir in Marocco. Solo chiacchiere, che non fermeranno il massacro di migliaia di esemplari che Giappone, Norvegia e Islanda porteranno avanti anche il prossimo anno.

I governi riuniti ad Agadir dovrebbero vergognarsi di essersi ritirati a discutere a “porte chiuse” per nascondere le loro discussioni sterili che non hanno permesso di fare nessun passo avanti nella protezione delle balene. Ma non possono certo nascondere la vergogna della caccia baleniera e della loro incapacità per cercare di fermarla.

Le balene non sono in vendita. È stato il messaggio che abbiamo inviato ai membri dell’IWC, piazzando qualche giorno fa una balena gigante sulla scalinata di Piazza di Spagna, in centro a Roma. Perché con promesse di soldi e corruzione i paesi balenieri cercano ogni anno di raggiungere la maggioranza.

Ora c’è un’unica chance per le balene. Tutti quei governi che si schierano per la conservazione delle balene – come l’Italia – devono immediatamente mettere in atto azioni politiche decise per porre fine alla “caccia per ragioni scientifiche” del Giappone nel Santuario dell’Oceano Antartico e la caccia della Norvegia e dell’Islanda, portata avanti in totale violazione della moratoria esistente.

Da oltre trent’anni lottiamo in difesa delle balene. I nostri due attivisti - Junichi e Toru - rischiano più di un anno di carcere per aver denunciato la corruzione e il contrabbando di carne del programma giapponese di caccia alle balene. Cosa sono disposti a fare i paesi che dicono di voler proteggere le balene? Noi continueremo a lavorare per fermare questo vergognoso massacro!

Fonte:Greenpeace

Fisco, Contribuenti.it: in 4 mesi l’evasione cresce del 6,7%.


Nel 2010 cresce l'evasione fiscale in Italia e si conferma primatista europeo con il 54,4% del reddito imponibile non dichiarato. Nel primi 4 mesi del 2010, l'imponibile evaso in Italia è cresciuto del 6,7% rispetto al 2009 ed ha raggiunto l’ammontare di 371 miliardi di euro l'anno. In termini di imposte sottratte all'erario siamo nell'ordine dei 156 miliardi di euro l’anno. E' quanto emerge da un'indagine, diffusa oggi a Venezia, effettuata da KRLS Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it, l'Associazione Contribuenti Italiani condotta su dati divulgati dalle Polizie tributarie degli Stati europei.

Nella speciale classifica degli evasori, l'Italia è seguita da Romania (42,3% del reddito imponibile non dichiarato), da Bulgaria (39,8%), Estonia (38,3%), Slovacchia (35,4%). In Italia i principali evasori sono gli industriali (32,8%) seguiti da bancari e assicurativi (28,3%), commercianti (11,7%), artigiani (10,9%), professionisti (8,9%) e lavoratori dipendenti (7,4%). A livello territoriale l'evasione è diffusa soprattutto nel Nord Ovest (29,4% del totale nazionale), seguito dal Sud (24,5%), dal Centro (23,2%) e dal Nord Est (22,9%).

Cinque sono le aree di evasione fiscale analizzate da KRLS Network of Business Ethics: l'economia sommersa, l'economia criminale, l'evasione delle società di capitali, l’evasione delle big company e quella dei lavoratori autonomi e piccole imprese.

"Per combattere l’evasione fiscale bisogna ridurre le attuali aliquote fiscali di almeno 5 punti, migliorare la qualità dei servizi pubblici offerti eliminando gli sprechi di denaro pubblico e riformare il fisco sulla tax compliance - afferma Vittorio Carlomagno Presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani – L’evasione fiscale è diventato lo sport più praticato dagli italiani al punto che anche i morti evadono il fisco tumulandosi da soli. Serve archiviare al più presto e per sempre la stagione degli scudi fiscali e dei condoni che hanno arricchito i grandi evasori, incentivando il personale dell’amministrazione finanziaria con premi specifici ogni qual volta riescono a recuperare imponibile sottratto al fisco da parte delle grandi imprese".

Fonte: Contribuenti.it

Cgia: Italia ultima in Europa per efficienza e qualità della Pubblica amministrazione


"Il nostro paese è fanalino di coda in Europa per il livello di efficienza offerto dalla Pubblica amministrazione e per la qualita' del rapporto tra prestazioni erogate e spesa pubblica sostenuta. Nel mondo siamo addirittura al 97° posto". E' quanto denuncia Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre. "Nei paesi federali europei, rispetto a quelli centralisti, il livello della qualita' e dell'efficienza sia della spesa pubblica sia dei servizi offerti ai cittadini e' decisamente migliore", aggiunge.

L'organizzazione degli artigiani, spiega in una nota, ha messo a confronto l'efficienza delle prestazioni offerte dalle pubbliche amministrazioni con il livello della spesa pubblica di 10 Paesi europei: cinque federali e 5 non federali. "Il risultato emerso da questa comparazione non lascia alcun dubbio: i paesi dove e' piu' accentuato il decentramento fiscale hanno un rapporto piu' basso. Infatti, i Paesi federali presentano un rapporto pari all'8,3; quelli centralisti del 10,5. Inoltre, i paesi federali registrano anche una spesa pubblica piu' contenuta: 43,9% sul Pil rispetto al 48,3% sul Pil riferito ai paesi centralisti. Infine, il livello delle prestazioni offerte dalle istituzioni federali - continua la nota - e' decisamente migliore: 5,3 contro il 4,6 di quelli non federali. Sia nella graduatoria delle prestazioni offerte dalle istituzioni pubbliche sia in quella riferita al rapporto tra efficienza e spesa pubblica sostenuta, l'Italia e' fanalino di coda".

Ma non basta. La Cgia ha esaminato pure uno studio del World Economic Forum (Wef) che ha stilato una classifica mondiale delle qualita' delle prestazioni offerte dalle istituzioni pubbliche. "Il risultato di questa classifica - sottolinea Giuseppe Bortolussi - e' stato ottenuto mettendo a confronto una serie di sottoindicatori tra cui il livello di spreco della spesa pubblica, il peso della burocrazia, il grado di trasparenza delle decisioni politico-istituzionali, il livello di indipendenza del potere giudiziario. Ebbene, il nostro Paese si piazza al 97esimo posto. Tra i paesi economicamente piu' avanzati del mondo solo la Federazione Russa sta peggio di noi.

A fronte di questi risultati - conclude - non ci resta che accelerare sul fronte della riforma federalista. Probabilmente e' l'unica strada che ci puo' consentire di invertire la tendenza in atto".

Fonte: (AGI)

venerdì 25 giugno 2010

AUTO BLU,CONTRIBUENTI.IT:ASPETTIAMO I DATI DEFINITIVI PER UN CONFRONTO.


"Ringraziamo il ministro Brunetta per aver divulgato i primi dati parziali sulle auto blu che riguardano appena il 26% delle amministrazioni interessate. Attendiamo i dati definitivi del censimento per confrontarli con quelli in nostro possesso”.

"Autorevoli mezzi di stampa, utilizzando diverse metodologie, sono giunti allo stesso nostro risultato – afferma Carlomagno, presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani – determinando il numero di auto blu in una cifra superiore alle 600 mila auto di servizio, cosa talmente eclatante da richiedere una verifica, che abbiamo richiesto, direttamente e indirettamente, agli organi competenti. Sono anni che l’Associazione Contribuenti Italiani si occupa, con Lo Sportello del Contribuente, delle auto blu ed e’ sotto gli occhi di ogni cittadino che il fenomeno delle auto di servizio e' abbastanza ampio, apparentemente ben oltre le reali necessita', in dispregio di quanto previsto dalla legge 412 del 1991 che limita l'uso esclusivo delle auto blu ai soli ministri, sottosegretari e ad alcuni direttori generali: da allora si sono sempre proposte regolamentazioni e tagli, mai effettuati".

"Saremmo estremamente grati al ministro Brunetta se, unitamente al dato parziale sulle auto blu, volesse rispendere alle numerose interrogazioni parlamentari presentate – continua Carlomagno – comunicando a quanto ammontano, i costi diretti (acquisto auto di servizio ad eccezione di quelle riservate alla sicurezza ed ordine pubblico) e indiretti delle c.d. "auto-blu", utilizzate in qualunque modo dalla P.A., conteggiando sia quelle proprie che quelle in leasing, in noleggio operativo e noleggio lungo termine, presso lo Stato, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Asl, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici, Societa' misto pubblico-private e Societa' per azioni a totale partecipazione pubblica e se la P.A., a decorrere dall'anno 2006, ha sostenuto spese per un ammontare superiore al 50% di quelle registrate nell'anno 2004 per l'acquisto, la manutenzione, il noleggio e l'esercizio delle autovetture di servizio, con esclusione di quelle operanti per l'ordine e la sicurezza pubblica, così come previsto dalla Legge 266 del 2005".

Fonte: Contribuenti.It

Malapesca: gli aiuti pubblici alla pesca privata

Contributi pubblici a un terzo dei peschericci fuorilegge negli ultimi 5 anni

Mentre a Bagnara Calabra (RC) si celebrano proprio questa mattina i pescatori pirata che, in cambio di nuove licenze di pesca, riconsegnano finalmente le spadare usate illegalmente dal 2002 a oggi, é stato divulgato dal sito www.fishsubsidy.org/italian-driftnets l’elenco dei contributi pubblici percepiti dai pescherecci italiani sanzionati dal 2005 al 2010 per l’uso illegale di reti derivanti. E tra questi compaiono diversi pescherecci proprio della marineria di Bagnara Calabra.

La vicenda fa seguito al bando alle reti derivanti imposto dall’Unione Europea nel 2002. Per quel motivo furono assegnati dall’UE e dallo Stato Italiano oltre 200 milioni di euro per la riconversione delle spadare verso sistemi di pesca meno distruttivi. Il Piano di Riconversione Spadare del 1998 prevedeva, oltre ad ingenti aiuti economici, anche la possibilità di ricevere una nuova licenza di pesca per la ferrettara, una piccola derivante il cui impiego entro chiari vincoli è rimasto consentito a livello europeo, ma che spesso è stata adoperata in maniera fraudolenta.

Un recente rapporto del Comando Generale della Capitaneria di Porto ha rivelato infatti che l’uso delle reti derivanti illegali (spadare) e l’uso illecito delle ferrettare è molto più ampio di quanto denunciato finora. Fishsubsidy[1] ha confrontato i dati di oltre 330 pescherecci sanzionati tra il 2005 e 2010 con gli aiuti stanziati dallo Strumento Finanziario di Aiuti alla Pesca (SFOP) e dal Piano di Riconversione Spadare. Quello che ne è emerso è scandaloso: un terzo dei pescherecci pirata ha usufruito di ingenti contributi pubblici. In totale, tra il 1998 e 2006, sono stati assegnati ben 12.5 milioni di euro a pescherecci ripetutamente sanzionati per l’uso o il possesso delle reti derivanti illegali. Numerosi i casi in cui i pescherecci hanno continuato ad operare con gli attrezzi illegali pur avendo percepito il contributo erogato per la restituzione.

Alcuni casi emblematici: il S.ANTONIO, sanzionato due volte a pochi giorni di distanza per l’uso illegale di reti derivanti, ha usufruito di 128, 000 euro di contributi. L’ANNUNZIATA, sanzionata nel 2008 e nel 2009 per uso di reti derivanti illegali, ha percepito 168,000 euro. Il DAVIDE, sanzionato tre volte tra il 2005 e 2008 per l’utilizzo delle spadare ha percepito, tra il 1998 e il 2006, 303.000 euro di aiuti dal Piano di riconversione spadare e altri 47,000 euro nel 2006 per la modernizzazione del peschereccio. Il PATRIZIA, sanzionato ben quattro volte tra giugno e agosto 2007 con il sequestro di 14 km di reti derivanti illegali, ha percepito 249,000 euro di aiuti pubblici. La ROSSELLA di Bagnara Calabra fermata due volte con le spadare tra maggio e giugno 2005, ha ricevuto circa 191,000 euro dal Piano riconversione spadare.

I dati e la reiterazione dei provvedimenti confermano inoltre come le sanzioni applicate, che in genere si traducono in poche migliaia di euro di ammenda e nel sequestro delle reti, non abbiano alcun potere dissuasivo. Gran parte dei pescherecci sono stati fermati ripetutamente con reti derivanti illegali, ne è un esempio significativo il NETTUNO sanzionato ben sette volte tra il 2006 e 2009.

Il Ministro Galan conosce bene questa situazione, segnalata dalle associazioni ambientaliste subito dopo il suo insediamento. Il problema è che nel nostro Paese le autorità preposte non hanno mai applicato l’articolo 3 del decreto ministeriale del 14 ottobre 1998, che prevede il ritiro dell’autorizzazione di pesca per tre mesi alla prima infrazione e per sei mesi in caso di successive violazioni e che avrebbe un reale carattere dissuasivo. Premiare i pirati del mare con nuove licenze di pesca, come oggi a Bagnara, significherebbe consumare l’ennesima presa in giro nei confronti di chi opera nel rispetto delle regole nel mondo della pesca.
Fonte:Greenpeace

Abruzzo: il WWF con altre associazoni e i cittadini in piazza per protestare contro il previsto rincaro delle bollette dell'acqua.


Sabato 26 giugno a Pescara il WWF con altre associazoni e i cittadini in piazza per protestare contro il previsto rincaro delle bollette dell'acqua e denunciare sprechi e disservizi del gestore del Servizio. È importante partecipare!

L’assemblea dei 64 sindaci (Pescara e provincia, Chieti, Francavilla, S.Giovanni, Atri, Silvi) su proposta del Commissario dell’Ente d’Ambito Caputi è riconvocata per il 2 luglio per aumentare le tariffe. Effettuata una mobilitazione, da AbruzzoSocial Forum, WWF, Oltre Abruzzi, che ha portato ad una prima riduzione dell’aumento; per le associazioni è inaccettabile un rincaro senza:
• un taglio agli enormi e insostenibili costi di gestione dell’ACA;
• la verifica della qualità del servizio e l’applicazione delle norme contrattuali che prevedono una diminuzione della tariffa in caso di disservizi;
• una costante partecipazione dei cittadini al controllo del settore.

Tutti in piazza per l'acqua” è l'appello rivolto ai cittadini dalle diverse organizzazioni che da anni lottano per una gestione efficiente e trasparente dell'acqua in Abruzzo. Sabato prossimo 26 giugno hanno programmato una manifestazione a Piazza S. Cuore a Pescara con appuntamento alle ore 17 per protestare contro la gestione disastrosa dell'acqua, contro l'aumento della bolletta e, soprattutto, per reclamare la trasparenza nei conti dell'ACA e la partecipazione dal basso dei cittadini nel controllo.

L'iniziativa era stata programmata per contrastare l'ipotesi di aumento della tariffa prima degli sviluppi di ieri dell'inchiesta sulla bollettazione della Procura di Pescara. Alla luce di questi fatti assume un significato particolare anche perchè ormai la riunione convocata dal Commissario Caputi per il 2 luglio prossimo per far votare l'aumento della tariffa rischia di diventare un evento surreale, un insulto nei confronti dei cittadini che pretendono una gestione corretta di questo Bene Comune e che hanno subito lo scandalo dell'acqua contaminata di Bussi.

Dichiara Augusto De Sanctis, referente acqua del WWF Abruzzo “Dispiace constatare che per l'ennesima volta è la Magistratura a dover intervenire per cercare di fare chiarezza sulla gestione dell'acqua, al posto degli amministratori pubblici. In questi anni, e con rinnovato vigore nelle ultime settimane, abbiamo richiamato i sindaci ad esercitare pienamente le loro funzioni nel controllo dell'ATO e dell'ACA, visto che siedono nell'assemblea di entrambi gli organismi. Il tutto prima di pensare a qualsiasi tipo di aumento per i cittadini, in considerazione dei dati incredibili sulla gestione passata presentati dal Commissario dell'ATO Caputi. Basti pensare che solo per gli investimenti mancati rispetto a tariffe riscosse bisogna recuperare 25 milioni di euro nei prossimi anni. Nel solo 2008 lo scostamento tra quanto programmato e quanto speso dall'ACA in spese operative è stato di 10 milioni di euro in eccesso. Sono cifre enormi che i sindaci farebbero bene intanto a spiegare ai loro consigli comunali. Peraltro pochi sanno che il Commissario Caputi ha anche pianificato la gestione del servizio idrico da qui al 2027 attraverso una revisione del piano d'ambito dell'ATO che comporterebbe una spesa di 295 milioni di euro per i soli investimenti e una progressione tariffaria per i prossimi 18 anni. Fare scelte così delicate prima di aver fatto chiarezza e senza un preventivo confronto con i consigli comunali e con i cittadini si configura come una vera e propria ipoteca del futuro di 500000 cittadini. Inoltre somme così importanti derivanti dalle nostre tasche devono essere spese avendo la garanzia di una gestione trasparente e partecipata. Questo si fa con una nuova legge regionale che deve garantire, oltre a una gestione completamente pubblica, la partecipazione costante dei cittadini dal basso nel controllo”.

Dichiara Renato Di Nicola, dell'Abruzzo Social Forum “Chiediamo ai cittadini del pescarese, dei comuni del chietino coinvolti come Chieti, Francavilla, San Giovanni e Miglianico, dei comuni del teramano come Atri, Silvi e Bisenti e di tutti i 64 comuni che fanno parte dell'ATO di Pescara-Chieti di venire in piazza con una copia della bolletta dell'acqua per lasciarvi sopra un messaggio diretto al loro sindaco. Noi la metteremo nel nostro colabrodo d'oro che è il simbolo dell'attuale gestione dell'acqua e lo consegneremo per loro. Si potrà scrivere il proprio pensiero anche su un grande striscione bianco che stenderemo in piazza. Saranno registrati anche videomessaggi per i sindaci che poi caricheremo su you tube. E' un modo per far parlare i cittadini, per aprire un dialogo che per troppi anni è stato negato. Chiediamo con forza di discutere le scelte principali sul servizio idrico con la comunità”.

Promotori: Associazioni: AbruzzoSocial Forum, WWF, Oltre Abruzzi, Marelibero.net
Organizzazioni politiche che aderiscono: Rifondazione Comunista, Pescara In Comune Amici di Beppe Grillo.

Fonte:WWF

La Sezione Italiana di Amnesty International partecipa al Napoli Pride 2010 di sabato 26 giugno.


Venerdì 25, sempre a Napoli, il convegno "L'amore, l'odio e i diritti umani"

La Sezione Italiana di Amnesty International parteciperà al Pride nazionale che si svolgerà sabato 26 giugno a Napoli, per manifestare contro ogni forma di discriminazione basata sull'orientamento sessuale e l'identità di genere e per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle violazioni dei diritti umani delle persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) in Europa, Italia inclusa, e nel mondo.

Le attiviste e gli attivisti di Amnesty International, insieme a tutti i simpatizzanti che vorranno unirsi all'associazione, sfileranno dietro lo striscione "Liberi ed eguali in dignità e diritti" con centinaia di cartelli a forma di fumetto recanti slogan in favore dei diritti umani delle persone Lgbt. L'appuntamento è in piazza Cavour, dalle 13 fino alla partenza del Pride.

Il giorno prima del Pride, venerdì 25, sempre a Napoli al cinema Modernissimo (via Cisterna dell'Olio 59) con inizio alle 17, si terrà il convegno "L'amore, l'odio e i diritti umani" cui prenderanno parte, oltre ad Amnesty International e all'organizzazione Mozaika della Lettonia, numerosi relatori e relatrici del movimento Lgbt italiano (tra cui Arcilesbica, Transgenere, Associazione genitori di omosessuali, Arcigay, Certi diritti, Famiglie Arcobaleno, Movimento identità transessuale).

Da anni, Amnesty International agisce perché le persone Lgbt abbiano gli stessi diritti riconosciuti a ogni persona, senza subire discriminazioni e minacce da parte delle autorità statali o di altri soggetti.

La discriminazione e gli attacchi xenofobi contro le persone Lgbt continuano a essere un fenomeno presente ovunque nel mondo. In diversi paesi africani, asiatici e mediorientali, l'omosessualità è un reato penale che può essere punito anche con la pena di morte.

In Europa, dove discriminazione e attacchi contro le persone Lgbt sono a loro volta diffusi, Amnesty International sta sollecitando i governi dell'Unione europea, incluso quello italiano, ad adottare la nuova Direttiva antidiscriminazione, che proibirebbe la discriminazione per motivi di orientamento sessuale, religione, convinzioni personali, età o disabilità in settori quali educazione, alloggio, assistenza sanitaria e sicurezza sociale.

Per quanto riguarda l'Italia, Amnesty International ha apprezzato i passi positivi intrapresi dalle autorità, quali la campagna contro l'omofobia lanciata nel novembre 2009 e il recente annuncio dell'istituzione di un ufficio della Polizia per prevenire e contrastare tutti i crimini contro persone che potrebbero essere più esposte alla discriminazione.

Tuttavia, l'organizzazione continua a chiedere alle autorità italiane (da ultimo, in una lettera inviata al ministro per le Pari opportunità, Maria Rosaria Carfagna), di colmare la lacuna costituita da una normativa che non considera i crimini motivati da discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere alla stregua di quelli fondati su altro tipo di discriminazione, attualmente coperti dalla Legge n.205/1993 c.d. Mancino (il cui elenco comprende razza, nazionalità, etnia e religione). Ciò diventa ancora più urgente di fronte all'aumento, segnalato dalle organizzazioni per i diritti delle persone Lgbt, dei crimini basati sull'intolleranza nei confronti di queste ultime.

Fonte: Sezione Italiana di Amnesty International

giovedì 24 giugno 2010

Greenpeace, Legambiente e WWF: “Sulle rinnovabili il governo punti più in alto”


Le associazioni ambientaliste presentano le proprie proposte su energia verde e clima
"L’Italia non si opponga all’obiettivo del 30% al 2020 per la riduzione dei gas serra e punti sull’energia verde come volano di crescita economica".

Il piano di sviluppo delle fonti rinnovabili presentato dal Governo dimostra che l’Italia ce la può fare a raggiungere gli obiettivi europei al 2020. Ma ora si spinga in questa direzione con chiarezza e si valorizzino le potenzialità del Paese”. E’ questo il messaggio fondamentale lanciato oggi da Greenpeace, Legambiente e WWF nel corso di una conferenza stampa in cui hanno presentato due documenti: uno per chiedere al Governo obiettivi più ambiziosi per le rinnovabili e illustrare uno scenario di sviluppo al 2020 con potenzialità per il Paese maggiori di quelle previste nel Piano, e l'altro per chiedere di innalzare al 30% l’obiettivo europeo di riduzione dei gas serra, indispensabile per fermare i cambiamenti climatici e utile anche ai fini del rilancio economico italiano e europeo.

Ad illustrare le proposte delle associazioni questa mattina erano presenti: Giuseppe Onufrio, Direttore Greenpeace Italia, Vittorio Cogliati Dezza, Presidente Legambiente, Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia WWF Italia.

Rispetto al Piano per le rinnovabili presentato dal Governo per raggiungere il 17% di contributo rispetto ai consumi interni di energia fissato dall’Unione Europea al 2020, il documento ha analizzato i potenziali per le diverse fonti rinnovabili forniti dalle associazioni di settore e dal Ministero dello Sviluppo economico, ed ha delineato diversi scenari da mettere a confronto. Il primo, denominato verde secondo cui le energie rinnovabili potrebbero produrre al 2020 152 TWh solo nel comparto elettrico (contro i 119 TWh indicati dal governo) e arrivare nel complesso a garantire 28 Mtep di energia primaria, contro i 22,3 Mtep stimati dal Piano d’Azione.

Se i consumi finali di energia elettrica dell’Italia si attestassero dunque a 366 TWh al 2020, così come stimato dal Governo nel Piano d’Azione, le rinnovabili potrebbero coprire addirittura il 41,5% del consumo finale di elettricità già nel 2020, mentre nel caso dello scenario a maggiore efficienza energetica – che è quello da assumere come obiettivo per le tre associazioni ambientaliste - la quota salirebbe al 45%. Se poi si assumono tutti i valori massimi presentati dalle diverse associazioni industriali di settore la quota delle rinnovabili salirebbe a oltre il 48%.

Tutti gli studi mostrano come l’Italia abbia le potenzialità per fare delle rinnovabili il perno di una nuova politica energetica che permetta di ridurre la dipendenza dall’estero e l’utilizzo di fonti fossili” - hanno dichiarato i tre esponenti delle associazioni.

In particolare WWF, Greenpeace e Legambiente hanno sottolineato come sia possibile fare a meno di importazioni di energia elettrica rinnovabile, come invece previsto dal Piano di Governo per il raggiungimento degli obiettivi con benefici evidenti in termini economici, ambientali e occupazionali dalla spinta alla realizzazione di impianti sul territorio italiano. Le fonti rinnovabili, infatti, possono essere uno straordinario strumento per uscire dalla crisi, ma gli obiettivi – ricordano le associazioni - non bastano. C’è anche bisogno di strumenti adeguati, come interventi sulle reti elettriche e finalmente un quadro di regole certo per le autorizzazioni degli impianti, oltre a chiarezza sugli incentivi.

Fa bene il Piano a puntare sugli attuali incentivi, rivedendoli per ridurre sprechi e dare certezze agli investimenti – hanno aggiunto le tre associazioni –. Ci aspettiamo dal Governo coerenza rispetto a questi impegni a partire dai certificati verdi, a cui l’attuale manovra economica toglie ogni futuro, dal conto energia per il solare fotovoltaico e dalla detrazione del 55% per il solare termico che scadono a dicembre, su cui si continua a non avere certezze. Come mostra il documento sul Clima l’Italia avrebbe tutto da guadagnare nella lotta ai cambiamenti climatici con l’incremento delle ambizioni europee di riduzione delle emissioni. Chiediamo quindi al Governo di non ostacolare l’obiettivo europeo di riduzione dei gas serra di almeno il 30% entro il 2020. Al 2008 l'Europa aveva già ridotto le emissione dell'11,3%, anche per effetto della crisi economica, quindi l'obiettivo di riduzione del 20% non fornisce una sufficiente spinta all'innovazione tecnologica e industriale, in quanto sarebbe un rallentamento del trend storico di riduzione delle emissioni. La scelta di osteggiare un accordo per l'aumento delle ambizioni a livello europeo non fa che danneggiare l’interesse del Paese, sia nella prospettiva di impegno nella lotta ai cambiamenti climatici che in quello di trasformare questa necessità in un grande investimento nel futuro che può aiutare l’innovazione e la competitività del Paese nel quadro della nuova economia”.

Uffici stampa
Legambiente: 06 86268353- 99
Greenpeace: Vittoria Iacovella 348-3988615
WWF Italia: 06.84497377 – 02.83133233

Afghanistan: MSF cura ventiquattro feriti vittime dell’esplosione avvenuta domenica scorsa a Lashkargah


MSF sostiene l’ospedale di Ahmed Shah Baba a Kabul e l’ospedale di Boost a Lashkargah, nella provincia di Helmand

Le equipe di Medici Senza Frontiere, in collaborazione con il personale afghano, hanno preso in cura nell’ospedale di Boost ventiquattro pazienti rimasti vittime delle quattro esplosioni avvenute domenica scorsa a Lashkargah nella provincia di Helmand.

I pazienti sono arrivati nella sala operatoria venti minuti dopo le prime due esplosioni che hanno avuto luogo presso una banca della città”, riferisce Paulo Reis, medico di MSF. “Inizialmente abbiamo ricevuto venti pazienti tra cui tre bambini che presentavano vari livelli di trauma e di lacerazioni su schiena e spalle causate da schegge di bomba. Due di loro sono stati portati immediatamente in sala operatoria, poco dopo è seguito un terzo”.

Dopo la terza esplosione altri due pazienti sono stati trasportati in ospedale. Altri due feriti sono arrivati nell’ospedale in seguito alla quarta esplosione, avvenuta a 10 km da Lashkargah.

Ci ha aiutati il fatto che la nuova sala operatoria era ben rifornita di materiale medico e che c’erano venti persone dello staff pronte a ricevere i feriti”, continua Reis.

Tre dei feriti, due bambini e una donna, sono morti poco dopo l’arrivo in ospedale. Sedici pazienti sono stati dimessi dopo essere stati curati e cinque sono ancora ricoverati in ospedale. Quattro di loro presentano condizioni stabili, l’altro sarà a breve riferito presso un’altra struttura per ricevere un intervento di chirurgia maxillo - facciale.

Medici Senza Frontiere dipende esclusivamente da donazioni private per il suo lavoro in Afghanistan e non accetta fondi da alcun governo.

MSF sostiene l’ospedale di Ahmed Shah Baba a Kabul e l’ospedale di Boost a Lashkargah, nella provincia di Helmand. In entrambi i luoghi, il nostro obiettivo è fornire assistenza medica salvavita e gratuita lavorando in tutti i reparti compresa la maternità, la pediatria, la chirurgia e il pronto soccorso.

Nel 2010 MSF sta progettando di estendere il proprio supporto ad altri ospedali e centri sanitari rurali in altre province dell’Afghanistan.

Fonte:Medici Senza Frontiere

La storia di un operatore del WFP: "arrivare in Uganda ha cambiato la mia vita"

La storia di un operatore del WFP: "arrivare in Uganda ha cambiato la mia vita"

Filippine: concessioni minerarie “congelate” grazie alle proteste


Il 7 giugno, seicento persone tra indigeni e contadini sono scesi in strada nell’isola di Palawan, nelle Filippine, per protestare contro l’apertura di miniere di nichel nelle loro terre.

I manifestanti hanno chiesto al governo provinciale di impedire alle compagnie Macro Asia e Ipilian Nickel Mining Corporation (INC) di svolgere attività estrattive in quella che è la loro casa, dichiarata dall’UNESCO Riserva di Biosfera Mondiale. Hanno anche espresso la loro collera verso le autorità che hanno concesso un’iniziale approvazione alla compagnia mineraria canadese MBMI.

Grazie ai negoziati con i manifestanti, il governo provinciale ha accettato di effettuare ulteriori indagini sui progetti di Macro Asia e INC prima di impegnarsi oltre. Le richieste delle compagnie sono state quindi “congelate” fino a quando non saranno chiarite tutte le questioni.

I manifestanti hanno denominato il loro raduno “Karaban”; Karaban è la parola indigena palawan per la faretra di bambù che contiene le frecce delle loro cerbottane. È un simbolo della loro identità e allude, a detta loro, alla loro determinazione a intraprendere qualsiasi azione necessaria” a impedire alle compagnie di entrare nei territori indigeni tradizionali.

L’attività mineraria non è sviluppo, crea conflitti fra la gente e distrugge la nostra cultura portando valori estranei alla nostra comunità” ha dichiarato il portavoce indigeno di ALDAW (Ancestral Land/Domain Watch) Artiso Mandawa. “Alcuni di noi hanno ancora contatti molto limitati con l’esterno e non sono nemmeno stati registrati durante il censimento nazionale e provinciale. Sono stati i primi ad arrivare su quest’isola ma sembra che per il governo non esistano nemmeno”.

Maman Tuwa, un anziano di una tribù isolata sul Monte Gantong, teme che le miniere possano distruggere la sua comunità: “Se la nostra montagna verrà deforestata, come sopravviveremo? Cosa potremo piantare se il terreno franerà a valle? Come nutriremo i nostri figli? Moriremo sicuramente”.

Accogliamo con favore la decisione di congelare le concessioni minerarie nella terra del popolo di Palawan” ha dichiarato oggi Stephen Corry, Direttore Generale di Survival, “e sollecitiamo il governo delle Filippine a garantire che nessuna attività mineraria avrà luogo nella terra degli indigeni senza che essi abbiano dato il loro consenso libero, prioritario e informato. Chiederemo al Presidente eletto Benigno Aquino III di revocare il Mining Act del 1995, che è stato tanto disastroso per i popoli indigeni di tutte le Filippine”.

Fonte: Survival

Diritti riproduttivi a rischio per 350 milioni di donne nel mondo. "Ridurre la mortalità materna diventi una priorità per i governi"


Appello di 5 onlus italiane al Presidente Berlusconi da domani in Canada per il G8. AIDOS, Amnesty International, Partnership for Maternal, Newborn and Child Health, Save the Children e SIGO: “La pianificazione familiare è essenziale per il benessere e l’emancipazione femminili".

A 350 milioni di donne nel mondo viene negata la possibilità di esercitare i propri diritti sessuali e riproduttivi. I risultati? È a rischio la loro salute ma non solo, anche il benessere e l'autonomia. Il livello di allerta è alto, si stima che le complicazioni legate alla gravidanza costino la vita ogni anno a circa 350.000 donne e che 14 milioni di adolescenti partoriscano ogni anno, il 90% nei paesi in via di sviluppo.

Per loro il rischio di decesso è doppio rispetto alle adulte. La soluzione esiste: "serve un impegno condiviso da parte dei singoli Stati per creare servizi di pianificazione familiare di qualità, economicamente sostenibili, accettabili e accessibili a tutti coloro che li necessitano e li desiderano".

Lo affermano cinque fra le più autorevoli associazioni italiane che chiedono al Presidente Berlusconi, in partenza per il G8 di Huntsville, di farsi portavoce perché "la riduzione della mortalità materno infantile diventi una priorità per i governi".

Firmatari dell'appello sono AIDOS, Amnesty International, Partnership for Maternal, Newborn and Child Health, Save the Children e la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO). La lettera, indirizzata anche al Ministro degli Esteri, on. Franco Frattini, sottolinea come l'obiettivo di sviluppo del millennio sulla salute materna (Osm 5) rimanga il più sottovalutato.

"L'accesso universale a informazioni e servizi completi sulla salute sessuale e riproduttiva è fondamentale – dicono le associazioni -. Un approccio globale, che comprenda l'accesso alla pianificazione familiare e alla contraccezione è quindi cruciale per affrontare il problema della mortalità e della morbilità materne. In questo contesto – aggiungono - sollecitiamo il Governo italiano e tutti gli stati membri del G8 a includere la pianificazione familiare e la contraccezione nell'ordine del giorno del Vertice che inizierà domani".

In occasione del recente Forum economico mondiale di Davos, il Governo del Canada ha infatti annunciato che vi sarà un punto in discussione relativo alla salute materno-infantile. Ma non è stato ancora chiarito se si affronterà anche nello specifico il tema della pianificazione familiare.

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Max uccide Saviano, ma lo scrittore di Gomorra non ci sta - AgoraVox Italia

Max uccide Saviano, ma lo scrittore di Gomorra non ci sta - AgoraVox Italia

mercoledì 23 giugno 2010

Rapporto di Amnesty International sulla Libia: riforme ferme, ne soffrono i diritti umani



In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha affermato che la situazione dei diritti umani in Libia risente dell'assenza di riforme, nonostante il paese intenda giocare un ruolo di maggior rilievo sul piano internazionale.

Il rapporto, intitolato "La Libia di domani: quale speranza per i diritti umani?", denuncia il ricorso alle frustate per punire le adultere, la detenzione a tempo indeterminato e le violenze nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati così come i casi irrisolti di sparizioni forzate di dissidenti. Di fronte a tutto questo, le forze di sicurezza restano immuni dalle conseguenze delle loro azioni.

"Se la Libia vuole essere credibile sul piano internazionale, le autorità devono assicurare che nessuno sia al di sopra della legge e che tutte le persone, comprese le più vulnerabili ed emarginate, vengano protette dalla legge. La repressione del dissenso deve cessare" - ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Le violazioni dei diritti umani continuano a essere commesse dalle forze di sicurezza, in particolare dall'Agenzia per la sicurezza interna (Asi), che pare avere poteri incontrastati di arrestare, imprigionare e interrogare persone sospettate di essere dissidenti o di svolgere attività legate al terrorismo. Queste persone possono essere trattenute senza contatti con l'esterno per lunghi periodi di tempo, torturate e private dell'assistenza legale.

Centinaia di persone languono nelle prigioni libiche, anche dopo la fine della pena o dopo essere state assolte da un giudice, nonostante negli ultimi anni ne siano state rilasciate altrettante, tra cui alcune detenute illegalmente.

Mahmut Hamed Matar è in prigione dal 1990. Dopo 12 anni di carcere in attesa di giudizio, è stato condannato all'ergastolo al termine di un processo gravemente irregolare, in cui sono state utilizzate come prove dichiarazioni rese sotto tortura. Suo fratello, Jaballah Hamed Matar, un dissidente, è stato vittima di sparizione forzata nel 1990 al Cairo, Egitto. Le autorità libiche non hanno fatto nulla per indagare sulla sua scomparsa.



Nel corso della sua visita alla prigione di Jdeida, nel maggio 2009, Amnesty International ha incontrato sei donne condannate per "zina" (relazione sessuale tra un uomo e una donna al di fuori di un matrimonio legale). Quattro erano state condannate a periodi di carcere tra tre e quattro anni, le altre due a 100 frustate. Altre 32 donne erano in attesa del processo per la medesima imputazione.

Mouna (nome di fantasia) è stata arrestata nel dicembre 2008 dopo aver partorito. La direzione ospedaliera del Centro medico di Tripoli avrebbe informato la polizia che c'era stato un parto al di fuori del matrimonio. Mouna è stata arrestata mentre era ancora ricoverata, sottoposta a un breve processo e condannata a 100 frustate.

All'indomani degli attacchi dell'11 settembre 2001 negli Usa, le autorità libiche hanno fatto ricorso all'argomento della "guerra al terrore" per giustificare la detenzione arbitraria di centinaia di persone considerate voci critiche o una minaccia alla sicurezza nazionale.



Gli Usa hanno rinviato in Libia alcuni cittadini libici, precedentemente detenuti a Guantánamo Bay o in carceri segrete. Tra questi, Ibn Al Sheikh Al Libi, che si sarebbe poi suicidato nel 2009 nella prigione di Abu Salim. Nessun particolare delle indagini condotte sulla sua morte è stato reso noto.



I cittadini libici sospettati di attività legate al terrorismo rimandati nel paese continuano a rischiare la detenzione senza contatti con l'esterno, la tortura e processi gravemente irregolari.

Amnesty International ha riscontrato un modesto aumento della flessibilità delle autorità libiche nei confronti di coloro che le criticano. Dalla fine del giugno 2008, hanno permesso lo svolgimento delle proteste da parte delle famiglie dei prigionieri uccisi nel 1996 ad Abu Salim, il carcere in cui si ritiene che fino 1200 detenuti siano stati vittime di esecuzioni extragiudiziali.

Gli attivisti per i diritti umani, tuttavia, subiscono ancora persecuzioni e arresti mentre le autorità continuano a non rispondere alla loro richiesta di verità e giustizia.

Negli ultimi due anni, la Libia ha rilasciato una quindicina di prigionieri di coscienza ma non li ha risarciti per le violazioni subite né ha riformato le draconiane norme che limitano severamente i diritti alla libertà d'espressione e di associazione.

Migranti, rifugiati e richiedenti asilo, in maggior parte provenienti dall'Africa e in cerca di salvezza in Italia e in altri paesi dell'Unione europea, trovano invece arresti, detenzioni a tempo indeterminato e violenze in Libia.

Il paese non ha firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sullo status di rifugiato dl 1951. Pertanto rifugiati e richiedenti asilo vengono rimandati indietro senza riguardo per il loro bisogno di protezione. All'inizio di giugno, le autorità libiche hanno comunicato all'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati che doveva lasciare il paese, un gesto che avrà probabilmente un grave impatto sui rifugiati e sui richiedenti asilo.

La pena di morte continua a essere usata in modo massiccio, in particolar modo nei confronti dei cittadini stranieri, e può essere applicata per un'ampia gamma di reati, comprese attività che corrispondono al pacifico esercizio dei diritti alla libertà d'espressione e d'associazione.

Il direttore generale della polizia giudiziaria ha informato Amnesty International che, nel maggio 2009, i prigionieri nei bracci della morte erano 506, circa la metà dei quali cittadini stranieri.

"I partner internazionali della Libia non possono ignorare l'agghiacciante situazione dei diritti umani in nome dei loro interessi nazionali" - ha sottolineato Hassiba Hadj Sahraoui. "Come membro della comunità internazionale, la Libia ha la responsabilità di rispettare gli obblighi in materia di diritti umani e occuparsi delle violazioni anziché nasconderle. La contraddizione di un paese che contemporaneamente fa parte del Consiglio Onu dei diritti umani e rifiuta le visite dei suoi esperti indipendenti sui diritti umani, è stridente."

Il rapporto diffuso oggi, aggiornato fino alla metà del maggio 2010, è basato in parte su una visita di Amnesty International in Libia, la prima in cinque anni, durata una settimana nel maggio 2009.

La visita era stata preceduta da lunghi negoziati con le autorità di Tripoli. Amnesty International aveva chiesto di visitare non solo la capitale ma anche le città del sud-est e dell'est del paese. Alla fine, l'itinerario è stato limitato a Tripoli e a una breve visita a Misratah.

La visita è stata facilitata dalla Fondazione internazionale Gheddafi per la beneficienza e lo sviluppo, un organismo diretto da Saif al-Islam al-Gheddafi (figlio del leader libico, il colonnello Mu'ammar al-Gheddafi) che ha agevolato l'accesso di Amnesty International in alcuni centri di detenzione e collaborato ad assicurare il rilascio di alcuni detenuti.

I delegati di Amnesty International hanno discusso con alti funzionari governativi le preoccupazioni di lunga data per le violazioni dei diritti umani, hanno incontrato esponenti delle istituzioni della società civile e ottenuto di visitare alcuni prigionieri detenuti per motivi di sicurezza o in quanto migranti irregolari.

Le autorità competenti per la sicurezza hanno impedito ai delegati di Amnesty International di recarsi a Bengasi, come invece previsto, per incontrare i familiari di vittime di sparizioni forzate e hanno negato loro di visitare svariati prigionieri.

Nell'aprile 2010, Amnesty International ha inviato le sue conclusioni alle autorità libiche dicendosi disponibile a integrarle con eventuali osservazioni da parte loro, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Roma: ai profughi afgani viene negato anche l’accesso all’acqua

Alla vigilia della Giornata Mondiale del Rifugiato del 20 giugno Medici per i Diritti Umani (MEDU) e la Rete di tutela dei rifugiati afgani (Roma) tornano a chiedere alle istituzioni competenti che vengano garantite condizioni di accoglienza dignitose agli oltre cento profughi, per la grande maggioranza afgani, costretti a vivere in condizioni alloggiative e igienico-sanitarie disastrose presso la stazione Ostiense a Roma.

Nelle ultime settimane, con l’arrivo del caldo, le condizioni di vita dei profughi sono state rese, se possibile, ancora più difficili dalla chiusura della fontanella che costituiva l’unico punto di distribuzione d’acqua a loro disposizione. MEDU e le altre associazioni che operano sul campo ritengono assolutamente inaccettabile che, ormai da anni, nel centro di Roma decine di richiedenti asilo e rifugiati siano costrette a vivere in un insediamento al di sotto di qualsiasi standard minimo di accoglienza previsto per i campi profughi in ogni parte del mondo.

Secondo gli standard internazionali, nelle prime fasi di emergenza umanitaria, i campi profughi devono essere dotati di almeno un servizio igienico ogni 20 persone, di punti di distribuzione dell’acqua a non più di 150 metri di distanza dagli alloggi, e di almeno 3,5 m2 di spazio per ogni persona all’interno degli alloggi. I profughi afgani dell’Ostiense, tra cui ricordiamo si trovano anche molto minori, non hanno a disposizione nessun servizio igienico, dormono stipati in tende in numero anche doppio a quello massimo previsto e, da qualche settimana, non hanno più accesso neanche all’unica precaria fonte d’acqua.

L’aggravarsi di tale situazione, con la soppressione della fornitura idrica, ha avuto ripercussioni negative anche sulle condizioni di salute dei profughi come è stato rilevato negli ultimi giorni dall’unita mobile di MEDU che regolarmente presta assistenza sanitaria presso l’insediamento dell’Ostiense.

La condizione di queste persone è efficacemente descritta dallo SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), preposto a dare loro un’adeguata accoglienza nel nostro Paese: “Sono uomini, donne e bambini che sono stati costretti a fuggire dal loro Paese a causa di persecuzioni, guerre, violazioni di diritti umani. Hanno dovuto abbandonare la casa, il lavoro, la famiglia, gli amici, gli affetti. Molti di loro non rivedranno mai più le persone care. Molti di loro hanno subito torture, violenze estreme e hanno vissuto la drammatica esperienza del naufragio. Per cercare protezione in Europa, in Italia, hanno fatto viaggi lunghissimi. In condizioni disumane hanno traversato continenti, Stati, deserti, mari, rischiando di perdere anche la vita”.

Medici per i Diritti Umani, insieme alla Rete cittadina di tutela, rivolge un appello alle istituzioni, ed in particolare alle amministrazioni comunale e regionale nonché al Ministero dell’Interno, affinché la Giornata Mondiale del Rifugiato sia un’occasione per adottare iniziative immediate e concrete volte a garantire livelli minimi di accoglienza e di integrazione ai molti richiedenti asilo e rifugiati che vivono a Roma in situazioni di estrema precarietà. Iniziative che saranno al centro del convegno cittadino ‘Richiedenti asilo e rifugiati a Roma: per una nuova politica dell'accoglienza. La 'questione Ostiense', oltre l’emergenza’, promosso per il prossimo 30 giugno dalla Rete di Tutela dei Rifugiati Afgani presso la Sala della Pace di Palazzo Valentini (h. 15.00).

Fonte:mdmcentrosud

Lacrime di coccodrillo per le disuguaglianze in salute

Lacrime di coccodrillo per le disuguaglianze in salute

La fretta di Alemanno e la svendita di Acea


Seguendo le direttive del Decreto Ronchi, il comune di Roma dovrà scendere al 30% della proprietà di Acea, vendendone il 20% (oggi è al 50%) entro il 2015. In un'intervista al Foglio il Sindaco Gianni Alemanno ha detto che non è uno scandalo e, oltre a ribadire il trito e ritritopiù privati più efficienza”, ha detto che se l'azionariato Acea rimarrà “più legato al territorio, se chi investirà in Acea sarà romano, tanto meglio”, ammettendo di fatto di dare corsie preferenziali. Non solo svende ai privati l'acqua pubblica, ma lo si fa anticipando a chi e con quali interessi.

Innanzitutto il Primo cittadino ha chiarissimo che sta privatizzando un bene primario e lo fa accelerando un processo che non è richiesto. Infatti la fretta di Alemanno nel cedere le quote di ACEA, quando il decreto Ronchi indica il 2015 come termine ultimo, non fa che svelare l'avidità di quegli interessi speculativi che già da anni gareggiano per saccheggiare la città, ma per noi i servizi che riguardano la salute, il benessere e i diritti dei cittadini non sono “servizi di rilevanza economica” e non lo saranno mai.

Lo fa nei peggiori dei modi perché, nascondendosi dietro un dito, si erge a paladino dei diritti dei cittadini e contro le speculazioni, mentre sta regalando in modo spudorato ai poteri forti di questa città (leggi Caltagirone, già oggi al 13% di Acea) uno dei beni comuni ed essenziali che risulta essere il più odioso perché è quello che riguarda l’acqua, un diritto umano universale che non può essere ridotto a merce e sottomesso alle logiche di mercato.

Di questo Alemanno è cosciente e continua a ripetere, come il mantra ripetuto dal Governo e dagli industriali, la pappardella del bene pubblico a gestione industriale. Alemanno sa bene che sta privatizzando l'acqua e non sa come giustificarlo E lo fa mentre a Roma si prepara una stangata per superare la crisi senza che i responsabili ne paghino un euro e scaricando sui cittadini i costi. Alemanno sta cercando il modo per far fare soldi vendendo i diritti della cittadinanza romana.

Fonte: acquabenecomune

Il comitato di Aprilia scrive agli amministrazione. Ecco la lettera.


Egregio Sindaco, egregia Giunta, il nostro interesse non è di entrare nelle beghe politiche tra maggioranza ed opposizione. Ognuno agisca come meglio crede per raggiungere obiettivi politici e di coalizione. La politica dei rimbrotti reciprochi la lasciamo alle polemiche da bar. Ogni nostra critica è tesa a raggiungere il risultato finale in breve tempo, considerando che sono già 5 anni d’impegno e di “sofferenze”.

Vogliamo evitare che questa amministrazione, faccia gli stessi errori della giunta Santangelo, anche solo per ritardi ingiustificabili, leggerezze, incompetenze. Errori che pagheremo per anni e che Acqualatina utilizza in tribunale contro i cittadini che si stanno difendendo a denti stretti. Senza ma e senza se. Acqualatina deve abbandonare la gestione idrica di Aprilia ed il comune deve rientrare in possesso degli impianti. Questo è l’impegno politico che avevate assunto, e lei Sindaco in prima persona lo ha sottoscritto, per arrivare ad avere il consenso necessario a governare oggi la Città.

Per noi cittadini ci sono situazioni difficili da ingoiare. Lo sponsor “Sorgenia” che campeggia in bella vista sul pullmino donato recentemente al Comune, per il trasporto dei disabili, è chiaramente uno schiaffo alla città. Dovuto a leggerezza? A disattenzione? Non importata la causa, l’effetto è chiaro. Come sarebbe sembrato a Lei, ed alla sua maggioranza, se su quel pullmino fosse campeggiato in primo piano lo sponsor Tribuitalia? Come avrebbe reagito Lei, ed in particolare l’assessore Chiusolo, che della chiusura dell’Aser ne ha fatto (anche giustamente) una questione di credibilità politica? Se Lei avesse chiesto di fare una colletta per l’acquisto del pullmino avremmo aderito per primi e credo che la popolazione tutta avrebbe dato una mano, pur di non condizionarsi a sponsor discutibili ed incompatibili con le rivendicazioni della Città. Anche per realizzare un’opera nobile è importante non solo il fine, ma il percorso!

Oggi che con la sua amministrazione ci si appresta a cedere in gestione ad Acqualatina altre condotte idriche e fognarie, quale segnale crede Lei arrivi a chi Le ha dato la possibilità di essere il Sindaco di Aprilia? Ci creda: un segnale bruttissimo! E’ come avere un’altro schiaffo.

Chi vuole essere credibile non deve sempre cercare di stare con due piedi in una scarpa. Non ci può essere un momento in cui promettere facile ed uno in cui, date le normali difficoltà di amministrare, ci si lascia andare ad ambiguità. Solo con la credibilità si può chiedere ai cittadini, sostegno, comprensione ed impegno.

Tre le promesse che hanno caratterizzato la Sua campagna elettorale durante il ballottaggio: NO ASER, NO TURBOGAS, NO ACQUALATINA. Per la prima l’impegno c’è stato, i primi risultati arrivano, anche se la strada è ancora irta di insidie, ma è innegabile la concentrazione della sua amministrazione su questa questione. Noi abbiamo saputo essere comprensivi e quindi abbiamo giustificato ai cittadini ed a noi stessi anche i gravi ritardi della sua compagine politica nell’adottare la delibera di restituzione degli impianti e degli atti conseguenti, decisi lo scorso 21 aprile, con il plauso di tutta la popolazione. Abbiamo inseguito il tempo e l’amministrazione ogni giorno, abbiamo tollerato anche gli altri ritardi dovuti forse all’incendio nei pressi della scuola alla 167, ma a tutto c’è un limite.

Oggi Lei è combattuto tra il dirigente del comune ed i costruttori, che chiedono la cessione di altre opere di urbanizzazione ad Acqualatina, e le determinazioni del consiglio comunale. Prima di ogni decisione, deve rispondere da un lato al Consiglio comunale che ha chiesto definitivamente ad ATO4 ed Acqualatina di adeguare il contratto di gestione alla legge entro 60 giorni, pena la restituire degli impianti, e dall’altro agli elettori ed a noi, con cui ha assunto un impegno politico. Si tratta d’interessi contrapposti e non cumulabili. E’ arrivata l’ora della scelta. Una scelta che deve essere chiara ed univoca per non compromettere ancora la credibilità della sua azione politica. Da parte nostra abbiamo già dato un grande segno di maturità offrendole il ramoscello d’ulivo, nel convegno di febbraio al Teatro Europa, per sanare vecchi dissidi. Adesso però il tempo delle giustificazioni, dei ritardi e delle ambiguità è finito. Qualcuno potrà pur aspettare 60 giorni se noi sapendo aspettare per 5 anni Le abbiamo anche dato la possibilità di occupare la sedia di Sindaco di Aprilia!

Fonte:acquabenecomune

martedì 22 giugno 2010

Nuova ondata di violenza nel Papua Occidentale


La polizia indonesiana militare e paramilitare (BRIMOB) ha lanciato una violenta operazione contro i Papuasi della regione di Punkak Jaya, negli altipiani centrali del Papua Occidentale.

La famigerata BRIMOB e i soldati indonesiani stanno conducendo un’estesa operazione repressiva contro i membri del Movimento per la Liberazione di Papua (OPM) in lotta per l’indipendenza dall’Indonesia. Stando ai rapporti, tuttavia, l’azione militare segue l’ormai consueta abitudine di prendere di mira i civili e innocenti indigeni mettendoli in fuga a migliaia dai villaggi per trovare riparo nelle foreste.

Survival sta facendo appello al governo indonesiano perché permetta l’assistenza umanitaria e la presenza di osservatori indipendenti nella regione.

In maggio le forze di sicurezza avevano annunciato una rappresaglia nella regione se il leader dell’OPM Goliat Tabuni non si fosse arreso entro il 28 giugno. Tuttavia i rapporti mostrano chiaramente che l’operazione è già in corso da tempo. Survival è preoccupata che ci possa essere una nuova escalation di violenza nelle prossime settimane.

Nel corso di operazioni simili condotte in passato, i soldati e la polizia hanno ucciso gli abitanti dei villaggi indigeni, violentato donne e bambini di appena tre anni e distrutto le case delle tribù, le loro chiese, gli orti e i maiali. Coloro che si rifugiavano nelle foreste hanno spesso sofferto la fame, perché erano troppo spaventati per avventurarsi all’esterno per cacciare o cercare cibo.

Mancano informazioni più dettagliate a causa delle restrizioni sui viaggi e al divieto per giornalisti e organizzazioni umanitarie di entrare nella regione. Sono comunque trapelate notizie secondo cui una donna in cinta sarebbe stata violentata da personale della BRIMOB all’inizio di giugno nel villaggio di Kampong Tinggineri e che 12 case e due chiese sarebbero state bruciate dai soldati a Gwenggu Pilla. La BRIMOB ha perquisito le abitazioni e imprigionato chiunque non avesse documenti d’identità, cosa molto comune in quest’area remota.

È estremamente allarmante che i militari abbiano ricominciato a prendere di mira i popoli tribali del Papua Occidentale in questo modo” ha dichiarato oggi il Direttore Generale di Survival International Stephen Corry. “Da anni, il popolo papuaso chiede di poter dialogare con Jakarta assistito da mediatori internazionali allo scopo di giungere a una soluzione pacifica dei problemi. I recenti avvenimenti di Punkak Jaya dimostrano ancora una volta quanto urgenti e vitali siano questi dialoghi”.

Fonte:Survival

Altreconomia :: Che fare? Indignarsi, manifestare, proporre

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I pellegrini del lavoro

I pellegrini del lavoro

Yemen, Unhcr: un morto e due feriti durante una sparatoria nel Mar Arabico


Mentre domenica in Yemen si svolgevano i festeggiamenti per la Giornata Mondiale del Rifugiato, un somalo di 22 anni appena arrivato è stato ucciso e due donne sono state ferite gravemente durante una sparatoria tra militari e trafficanti.

L’incidente è avvenuto alle 14,00 circa di domenica, ora locale, ad Al Sabiel, circa 200 km a nord di Aden, mentre i trafficanti stavano caricando i migranti africani di varie nazionalità su due camion diretti in Arabia Saudita.

Al Sabiel si trova a 50 km a nord-est di Bab al Mandab, vicino a Dhubab, ed è il principale punto d’ingresso in Yemen per i migranti che attraversano il Mar Rosso. Secondo i sopravvissuti, i veicoli militari avrebbero circondato un convoglio di trafficanti che stavano facendo salire a bordo i passeggeri provenienti dal Corno d’Africa. La sparatoria sarebbe iniziata quando i trafficanti hanno tentato di fuggire.

Attualmente circa 51 persone non somale sono detenute in attesa di ulteriori indagini. Un somalo è stato dichiarato disperso e si presume sia fuggito. L’esercito ha consegnato 5 uomini somali al partner dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), la Mezzaluna Rossa yemenita. Gli uomini hanno ricevuto assistenza nel centro di transito di Bab al Mandab e verranno trasferiti nel campo di Kharaz, a 150 km a ovest di Aden, in attesa di ulteriori indagini.

I sopravvissuti hanno riferito di aver affrontato la traversata su una barca di scafisti che trasportava circa 60 africani dal Corno d’Africa. La barca era partita domenica da Obock, nel Gibuti, verso le 7 del mattino e aveva raggiunto la costa yemenita del Mar Arabico dopo un viaggio di 7 ore.

L’UNHCR sta lavorando con il governo yemenita per avere accesso ai cittadini detenuti non somali per identificare e assistere le persone di sua competenza, ed esorta i governi a proteggere i civili.

Quest’anno, a causa della guerra, dell’estrema povertà, delle carestie e della siccità, già 19.256 africani del Corno d’Africa sono fuggiti dai loro paesi e hanno raggiunto le spiagge dello Yemen.

lunedì 21 giugno 2010

Di ritorno dall’esilio, leader indigeno critica la compagnia petrolifera francese Perenco


Appena rientrato in Perù, dopo un esilio politico durato undici mesi, Alberto Pizango, leader dell’organizzazione indigena AIDESEP, ha condannato la compagnia petrolifera francese Perenco che nega l’esistenza di Indiani incontattati in una remota regione dell’Amazzonia peruviana. La Perenco punta a costruire nell’area un oleodotto per sfruttare un giacimento di petrolio greggio stimato in 300 milioni di barili.

In una lettera indirizzata all’INDEPA, il dipartimento per gli affari indigeni del governo peruviano, Pizango fa notare che una ricerca antropologica indipendente ha confermato che questi gruppi esistono e che la loro esistenza è stata riconosciuta anche dal governo regionale, da uno stimato istituto di ricerca e dalla Barrett Resources, la compagnia che lavorava nell’area prima della Perenco. La lettera, inoltre, puntualizza che il governo regionale ha vietato ai tagliatori di legna di lavorare in questa zona proprio per la preoccupazione rispetto al potenziale impatto sugli Indiani incontattati che ci vivono.

La lettera di Pizango, datata 3 giugno, si conclude esortando l’INDEPA a costringere la Perenco a smettere di lavorare nella regione: “Qualunque tipo di attività petrolifera mette a rischio la sopravvivenza degli Indiani incontattati”. La stessa richiesta che viene fatta anche da Survival.

La Perenco ha recentemente rivelato di aver trasportato in elicottero nella regione “più di 50.000 tonnellate di materiali e di beni di consumo, l’equivalente di sette Tour Eiffel”. La compagnia nega l’esistenza degli indiani, sebbene in un “piano di contingenza” presentato poco tempo fa al Ministero dell’Energia peruviano, raccomandi ai suoi operai di “spaventare e respingere” gli indiani in caso di contatto.

Pizango è rientrato in Perù alla fine di maggio, dopo avere passato undici mesi in Nicaragua, dove aveva chiesto asilo politico dopo essere stato ritenuto responsabile dei violenti conflitti scoppiati nell’Amazzonia peruviana il 5 giugno 2009. È stato arrestato non appena rientrato nel paese, ma rilasciato su cauzione il giorno dopo.

Il direttore generale di Survival, Stephen Corry, ha dichiarato: “Il fatto che Pizango stia facendo pressione sulla Perenco immediatamente dopo il suo tanto atteso ritorno in Perù è un chiaro segno dell’urgenza del problema”.

Fonte: Survival

Gli attivisti di Greenpeace hanno posizionato una balena gigante sulla scalinata di Piazza di Spagna, nel cuore di Roma con il messaggio "Le balene no


Greenpeace protesta sulle scalinate di Piazza di Spagna, nel cuore di Roma, esponendo davanti a una balena lunga quindici metri uno striscione “Le balene non sono in vendita”. Con la promessa di soldi e la metodica corruzione i Paesi balenieri stanno cercando di raggiungere la maggioranza alla 62esima riunione della Commissione Baleniera internazionale (IWC), che inizia oggi ad Agadir in Marocco. Mentre si è veramente a un passo dalla riapertura della caccia commerciale alle balene, l’Italia sta zitta sulla compravendita di voti che minaccia le balene.

Ad Agadir, nei prossimi cinque giorni i governi di tutto il mondo dovranno decidere del futuro delle balene: sul tavolo c’è una proposta che potrebbe compromettere la moratoria alla caccia baleniera in vigore da ben ventiquattro anni. Rischiamo di veder legittimata la caccia di Giappone, Norvegia e Islanda. E, domani, di chissà chi.

Che in Giappone il gioco sia sporco lo dimostra la vicenda di due attivisti di Greenpeace, Junichi Sato e Toru Suzuki, che rischiano più di un anno di carcere per aver denunciato la corruzione e il contrabbando di carne del programma giapponese di caccia alle balene.




Tuttavia, anche la credibilità dell’IWC è in crisi nera: una recente inchiesta del Sunday Times ha rivelato ciò che Greenpeace sospetta da tempo, ovvero che il voto di Paesi più poveri è spesso pilotato dal versamento di somme di denaro concesse da Paesi, come il Giappone, che vogliono la riapertura della caccia commerciale alle balene.

«Apprezziamo la posizione dell’Italia fortemente contraria alla caccia baleniera, ma questo non basta per salvarle – sostiene Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace. – È necessario che tutti i Paesi contrari alla caccia alle balene denuncino la compravendita dei voti all’IWC e impediscano a pochi Paesi di pagarsi il diritto di cacciare le balene».

Greenpeace ha inviato, lo scorso 14 giugno, una lettera al Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Giancarlo Galan - responsabile in Italia per l’IWC - e al Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, chiedendo loro di attivarsi urgentemente per fermare la compravendita dei voti e di dichiarare apertamente la propria posizione assolutamente contraria alla riapertura della caccia commerciale. Purtroppo Greenpeace non ha ancora ricevuto nessuna risposta.

«L’Italia non può più rimanere a guardare. Deve dimostrare finalmente di voler davvero proteggere le balene. Vogliamo che l’Italia assuma un ruolo di vero leader all’interno dell’Unione Europea per garantire che l’Accordo siglato dall’IWC protegga gli interessi delle balene e non della caccia baleniera».

Secondo Greenpeace, quest’accordo dovrà, tra l’altro, segnare la fine della caccia baleniera nel Santuario dell’Oceano Antartico e fermare il commercio.


Fonte:Greenpeace

venerdì 18 giugno 2010

L'Associazione Nazionale Magistrati è gestita democraticamente o c'è aria di regime?

di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)

L’A.N.M. [Associazione Nazionale Magistrati] è gestita democraticamente?

Metto le mani avanti e dico subito che questo scritto non vuole avere il sapore di un’accusa, ma, se mai, intende essere il grido di chi cerca di capire dove e come le buone intenzioni iniziali (quelle proprie delle “correnti” sul loro nascere) abbiano finito per lastricare una strada per l’inferno (un C.S.M. [Consiglio Superiore della Magistratura] dominato dalla regola dell’«appartenenza»).

Giuste o sbagliate che siano le mie considerazioni, esse sono innanzitutto un’autocritica – assai più che un’accusa a qualcuno – essendo io convinto che numerosissimi siano i magistrati desiderosi di un profondo rinnovamento.

Non so se sia vero che Maria Antonietta – appreso che il popolo rumoreggiava e saputo che ciò accadeva perché il pane scarseggiava – ebbe a rispondere: «Allora date loro delle brioches».

L’aneddoto – vero o inventato che sia – ci dà la misura dell’alienazione in cui, passo dopo passo, si può cadere, quando ci si chiude nel proprio microsistema e nei propri vantaggi: chiuso in un sistema di comodo, l’egocentrico finisce per scambiare il mondo con se stesso.

Il sistema ci acceca, ci rende egoisti e ci spinge a non vedere ciò che è.

Dobbiamo dunque aprire gli occhi e porre a noi stessi una domanda tanto impietosa quanto necessaria: impietosa, perché spiace ammettere che tanta passione civile sia stata involontariamente distorta; necessaria, perché errare humanum est, perseverare diabolicum.

Questa la domanda: le “correnti” dell’A.N.M. hanno finito per dar vita a un regime?

Proverò dunque a ragionare a voce alta su un parola che viene impiegata anche con riferimento al nostro assetto socio-politico generale: regime.

Direi, in prima approssimazione, che regime è quell’assetto in cui il potere rende sì ossequio ai principi formali della democrazia (in ciò distinguendosi dalla dittatura) ma adotta una serie di accorgimenti che rendono meramente teorica la possibilità di perdere il potere.

Insomma il regime è, per un pessimista, una dittatura incompiuta; per un ottimista invece è una democrazia imperfetta: questione, come sempre, di punti di vista.

Pur atteggiandosi in modi assai diversi tra loro, i regimi hanno tratti comuni che mi azzardo a individuare.

Il primo tratto caratteristico di un regime è la forte distanza tra realtà e facciata: la trasparenza è la prima arma della democrazia, la menzogna manipolativa lo strumento principe dei regimi.

Corollario: nelle scelte di regime la motivazione dichiarata diverge spessissimo dalla motivazione reale.

In secondo luogo la democrazia fa propria una cultura improntata al bene comune; il regime, invece, distorce e diffonde pratiche per dir così “corruttrici”, tali cioè da saldare gli interessi particolari dei singoli con gli interessi di coloro che sono a capo del regime.

In tal modo detti interessi particolari – che simul stant simul cadunt con gli interessi facenti capo agli oligarchi – divengono uno dei punti di orza del regime.

In terzo luogo il regime è nemico di una diffusa partecipazione.

La cosiddetta «base» ben può essere chiamata a raccolta (per essere manipolata), ma alle decisione reali presiede una ben individuata oligarchia: la democrazia spinge verso la partecipazione generalizzata, il regime verso gli apparati.

In quarto luogo la democrazia è ricambio, là dove tutti i regimi tendono a cristallizzare gli assetti di potere o al più dar vita a una sorta di gioco dei quattro cantoni ove gli oligarchi si scambiano le poltrone, così mantenendo nella sostanza immutato il loro potere personale.

In quinto luogo il regime riduce la democrazia all’esercizio del voto (un voto peraltro spesso imbastardito da controlli e interferenze indebiti).

Ovviamente i candidati sono scelti dagli oligarchi.

La democrazia alimenta gli entusiasmi, suscita speranze di miglioramento, accende l’inventiva, individua problemi ed escogita soluzioni, promuove la pari dignità dei cittadini e la tutela del bene comune.

Il regime si nutre di liturgie autocelebrative, ignora i problemi reali, è rigido nel trovare soluzioni, spinge verso la rassegnazione, coltiva nel seno la “casta” di quelli che contano, alimenta negli individui il gretto perseguimento del proprio interesse particolare, giustificato con un pessimismo qualunquista che travolge ogni valore.

La domanda che ho posto all’inizio attende una risposta che non può essere solo mia: ciascuno è chiamato a rispondere dopo attenta meditazione (la democrazia è anche diffusa riflessione sui problemi comuni).


Se mai la risposta dovesse essere affermativa, ci troveremmo di fronte a un fatto grave, essendo indubbio che poteri incidenti sull’esercizio della giurisdizione non possono essere esercitati nell’interesse di pochi.

Pubblicato da "Uguale per tutti"
http://toghe.blogspot.com/

GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO 2010. QUALI SONO I DIRITTI?


La Giornata Mondiale del Rifugiato viene celebrata quest’anno in Italia da decine di enti locali, organizzazioni non governative ed associazioni. La sera del 19 giugno il Colosseo verrà illuminato con il logo dell'UNHCR e la scritta Giornata Mondiale del Rifugiato 2010.

Mentre il colosseo si illumina per ricordare gli essere umani che fuggono da conflitti armati, da persecuzioni etniche e religiose, dalla tortura e dagli arresti arbitrari, il cervello dei politici europei si spengono. Infatti, come sempre, la burocrazia per queste persone è sempre più complicata e purtroppo è sempre più difficile ottenere lo stato giuridico di rifugiato. Queste persone dopo aver affrontato viaggi pericolosi, che a volte durano anni, quando arrivano nei paesi industrializzati vengono respinti o sono costretti a trascorrere tantissimo tempo rinchiusi nelle nuove carceri che i paesi europei si sono affrettati a costruire e lasciati gestire da privati. Il reato che queste persone commettono è il reato di CLANDESTINO, un reato inventato da una politica basata sull’interesse, il profitto e l’egoismo.

Questo modo di fare politica sta portando gli abitanti dei paesi evoluti ad essere ciechi ed egoisti non per scelta, ma costretti dalle campagne terroristiche basate sulla sicurezza inculcata dai politici e trasmessa dai TG Nazionali. Insomma, lo straniero è diverso e per questo motivo deve essere respinto o imprigionato.

La povertà, per la classe politica europea e in modo particolare quella italiana, è un business senza precedenti e incutere paura alla casta conviene, perché riesce a nascondere molto bene i problemi reali del paese in via di sviluppo che sono veramente tanti e gravi. Ma lasciamo perdere le polemiche e torniamo a parlare dei rifugiati: esseri umani che non hanno diritti e che sono costretti a nascondersi; sono essere invisibili, vivono di stenti, sono costretti a dormire nei tuguri delle stazioni come accade nella Capitale, adolescenti e ragazzi afgani che sono costretti a vivere negli spazzi angusti della stazione ferroviaria Ostienze, tutte le volte che passo da quelle parti mi domando: ma cosa hanno meno dei nostri figli questi ragazzi?

Hanno avuto la sventura di essere nati con i rumori dei bombardamenti, in luoghi dove i bambini giocano con le mine e le armi, e spesso saltano sopra una mina e se va bene rimangono senza arti; basta seguire Emergency o Medici Senza Frontiere per renderci conto delle nefandezze che una guerra può portare.

Anche se non mi piacciono i numeri, solo per renderci conto quanti sono i meno fortunati di noi, sono andato sul sito dell’ UNHCR e, secondo le stime dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR), sono oltre 67 milioni le persone che sono costretti a fuggire dai loro paesi. Questi dati ci dovrebbero far riflettere e convincere i nostri miopi politici ad accogliere con meno burocrazia questi esseri umani in fuga e in cerca di democrazia.

Quali sono i principali Paesi di provenienza dei richiedenti asilo nei Paesi industrializzati?

Troviamo l’Afghanistan al primo posto con quasi 27.700 domande di asilo nel 2009. Seguono l’Iraq (circa 24mila domande) e la Somalia (22.600 domande di asilo).

Secondo i dati UNHCR, i Paesi del nord Europa hanno avuto ben 51.100 nuove domande di asilo, con un incremento del 13% rispetto all’anno precedente, nei Paesi dell’Europa meridionale invece, c’è stata una diminuzione del 33% e hanno registrato complessivamente 50.100 richieste di asilo. Ciò è dovuto principalmente a un significativo calo di accoglienza in Grecia (-20%), in Turchia (-40%) e principalmente in Italia (-42%).

Nel Paese in via di sviluppo, questo dato può essere attribuito alle politiche dei respingimenti, effettuati nel Canale di Sicilia da Italia e Libia. Gli arrivi via mare sono drasticamente diminuiti e questa non è sicuramente una bella notizia. Le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare hanno predominato sulla tutela dei rifugiati.

Quando il colosseo verrà spento, mi auguro che i cervelli della classe politica Europea ed in modo particolare la casta politica italiana si accendano per accogliere questi esseri umani in cerca di democrazia sicurezza e serenità.

Il diritto di asilo è un diritto umano fondamentale definito all'art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo come diritto di cercare e di godere in altri paesi protezione dalle persecuzioni, non invocabile, però, da chi sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Navi tossiche. Nuova inchiesta e foto shock dalla Somalia!



Navi tossiche. La foto risale al 1997 e dimostra come centinaia di container dal contenuto di dubbia provenienza siano stati interrati nel porto di Eel Ma'aan in Somalia

Sei terribili foto. Mai pubblicate prima. Prove inconfutabili di un traffico di rifiuti sospetti verso l'Africa. Le diffondiamo oggi con la nostra nuova inchiesta sulle navi tossiche, che riassume più di vent’anni di traffico di rifiuti tossici e radioattivi.

Le foto risalgono al 1997 e dimostrano come centinaia di container dal contenuto di dubbia provenienza siano stati interrati nel porto di Eel Ma'aan in Somalia, costruito da imprenditori italiani.

L'inchiesta elenca numerosi casi di esportazione illegale di rifiuti pericolosi: alcuni sono stati bloccati anche grazie a noi, mentre in altre occasioni questi vergognosi carichi sono spariti, a volte "dispersi" in mare. Di molti non abbiamo mai saputo nulla. Viene tracciata anche l'evoluzione di questo traffico che, da attività individuali, si è organizzato in una "rete" di cui nomi di persone e imprese sono spesso stati segnalati a investigatori e magistrati. In troppi l'hanno fatta franca e il sospetto che "la rete" operi ancora oggi non può non affacciarsi.

La nostra inchiesta solleva anche profondi dubbi su come siano state gestite le operazioni per fare luce sul presunto ritrovamento del relitto della "Cunski", al largo di Cetraro. Ci sono indicazioni chiare che il Ministero britannico della Difesa abbia offerto al governo italiano mezzi e personale qualificato per effettuare le ricerche sottomarine a un prezzo inferiore rispetto a quello proposto da Mare Oceano, di proprietà della famiglia Attanasio, che ha effettuato l'operazione. Perché l'offerta britannica è stata rifiutata? Quali sono i termini del contratto della Mare Oceano? Non ce lo dicono! Sappiamo, però, che Diego Attanasio è coinvolto nel caso "Mills-Berlusconi".

Come denunciato dall'Agenzia Europea dell'Ambiente in un rapporto del 2009, il traffico illegale di rifiuti tossici è un problema ancora rilevante. L'Agenzia sostiene che la Convenzione di Basilea, che impone il divieto dell'export di rifiuti tossici tra Paesi OCSE e non-OCSE, è ben lontana dall'essere pienamente applicata.

È necessario che l'ONU verifichi la presenza di rifiuti tossici a Eel Ma'aan e che l'Ue aumenti le misure di sicurezza per la prevenzione della produzione e traffico di rifiuti tossici. Inoltre, nel contesto delle attività dell'Osservatorio "Per un Mediterraneo libero dai veleni", chiede al Governo italiano che si crei un coordinamento tra le autorità investigative, un censimento delle attività già effettuate per la ricerca dei relitti delle "navi dei veleni" e l'esecuzione di un eventuale, successivo piano per identificare e rimuovere quanto più possibile i relitti pericolosi.

Se volete conoscere tutti i dettagli di questa vicenda, scaricate l'inchiesta e diffondetela. Abbiamo tutti il diritto-dovere di informarci per capire cos'è successo e succede. Oggi esiste una mole impressionante di fatti e dati che - anche se purtroppo non ha prodotto una verità giudiziaria - può permettere la ricostruzione di una verità storica ormai matura.

Fonte:http://www.greenpeace.org/italy/news/navi-tossiche

Comma “ammazza-blog”: ecco l’emendamento Cassinelli - AgoraVox Italia

Comma “ammazza-blog”: ecco l’emendamento Cassinelli - AgoraVox Italia

Grecia, nuovo rapporto di MSF “Migranti nei centri di detenzione: vite in sospeso”


Gravi conseguenze della detenzione sulla salute dei migranti e richiedenti asilo. MSF chiede al Governo greco di garantire condizioni di vita dignitose

Alla vigilia della Giornata Mondiale del Rifugiato (20 giugno), Medici Senza Frontiere presenta il rapporto "Migranti nei centri di detenzione: vite in sospeso",in cui documenta l’impatto della detenzione sulla salute fisica e mentale dei migranti e dei richiedenti asilo nei Centri di detenzione in Grecia. MSF chiede alle autorità greche di garantire condizioni di vita dignitose per i migranti reclusi e di prendere in considerazione soluzioni alternative alla detenzione.

“Il rapporto di MSF dal titolo ‘Migranti nei centri di detenzione: vite in sospeso’, documenta le condizioni di vita inaccettabili nei tre centri di detenzione (Pagani nell’isola di Lesbo, Filakio a Evros e Venna a Rodopi) dove dall’agosto del 2009, MSF fornisce supporto psicologico ai migranti detenuti. Il rapporto mostra che la detenzione può esacerbare i sintomi esistenti e può causare nuovi traumi e sofferenza psicologica”, spiega Ioanna Kotsioni Vice-Capo Missione di MSF nei progetti per migranti in Grecia. La maggior parte dei migranti assistiti da MSF in Grecia descrive la detenzione come un’esperienza disumana e dolorosa. La detenzione è la maggior causa di ansia e sofferenza.

Molti di loro sono fuggiti da paesi instabili o dilaniati dalla guerra come l’Afghanistan o l’Iraq in cerca di una vita più sicura. Hanno affrontato un viaggio lungo e pericoloso per raggiungere l’Europa e all’arrivo sono stati arrestati e reclusi in condizioni degradanti. Secondo il rapporto, almeno un terzo dei pazienti curati da MSF ha dichiarato di aver subito o assistito ad atti di violenza nei paesi di origine o di aver visto serie minacce alla propria vita. Gli psicologi di MSF hanno riscontrato sintomi riconducibili alla sindrome da stress post-traumatico (PTSD) nel 9,5% dei casi. Durante gli incontri individuali il 39% dei pazienti presentava sintomi di ansia e il 31% di depressione.

Il rapporto evidenzia anche che le condizioni nei centri di detenzione sono al di sotto degli standard nazionali e internazionali. I problemi riscontrati in alcuni di essi sono l’inadeguatezza delle strutture e il sovraffollamento. Le condizioni sanitarie in molti casi sono pessime. I migranti detenuti non sono autorizzati ad uscire dalle celle regolarmente e i membri di una stessa famiglia vengono separati. Non è previsto un servizio adeguato per gruppi vulnerabili, come le donne in cinta, i minori e le persone disabili. Migranti e richiedenti asilo ricevono informazioni inadeguate sul proprio status legale e sul sistema di detenzione e non sono presenti interpreti. Inoltre, i migranti sistematicamente riferiscono agli operatori di MSF di aver ricevuto un’assistenza medica inadeguata e di avere difficoltà nel comunicare con i medici presenti. I reclusi in tutti e tre i centri di detenzione spesso dicono di essere stati trattati “come animali”. “Come posso vivere qui? Questo posto è fatto per gli animali. Guardo gli altri negli occhi e vedo solo la morte”, riferisce un migrante. Durante gli interventi nei tre centri, MSF è stata testimone dell’impatto negativo che ha la detenzione sul benessere mentale e fisico dei migranti e ha espresso la propria preoccupazione alle autorità, chiedendo che vengano prese delle misure per migliorare le condizioni di vita.

MSF chiede alle autorità greche di considerare con attenzione le conseguenze della detenzione sui migranti e di prendere in considerazione delle alternative, specialmente per i casi più vulnerabili. Il progetto del Governo greco di istituire dei centri di accoglienza e identificazione per i nuovi arrivati è un primo passo positivo che può essere sviluppato. Il Governo dovrebbe garantire le condizioni e i servizi che rispettino gli standard internazionali e dovrebbe prestare una particolare attenzione nel fornire un’adeguata assistenza medica e psicologica. I migranti detenuti e i richiedenti asilo devono essere trattati umanamente e in modo dignitoso e coloro che desiderano fare richiesta di asilo devono essere messi nelle condizioni di farlo.

Medici Senza Frontiere da agosto 2009 ha fornito supporto psicologico ai migranti e ai richiedenti asilo in tre centri di detenzione: Pagani sull’isola di Lesvos, Filakio a Evros e Venna a Rodopi. Le equipe di MSF, formate da psicologi, assistenti sociali e interpreti, hanno visitato regolarmente i centri. Il supporto psicologico è stato fornito attraverso sessioni individuali o di gruppo. Gli psicologi hanno incontrato 305 pazienti su 381 nel corso di incontri individuali. Inoltre, sono state realizzate 79 sessioni di gruppo e altre 258 sessioni con attività di diverso tipo. MSF ha terminato le proprio attività alla fine dello scorso maggio.

giovedì 17 giugno 2010

L’Italia immobile uccide il sogno degli immigrati

Sempre più simili agli italiani: il 32% ha lavorato in nero, sono in cerca di stabilità, trovano lavoro grazie al passaparola, 3 su 10 guadagnano meno di 800 euro al mese

Vivono in Italia in media da 7 anni, hanno titoli di studio paragonabili a quelli della popolazione italiana (il 40,6% è diplomato o laureato, rispetto al 44,9% degli italiani), nel 32% dei casi hanno sperimentato in passato forme di lavoro irregolare (dato che sale al 40% al Sud), e oggi il 29% fa l’operaio, il 21% è colf o badante, il 16% lavora in alberghi e ristoranti, con una retribuzione netta mensile che nel 31% dei casi non raggiunge gli 800 euro. È questo il ritratto degli immigrati che lavorano nel nostro Paese che emerge dall’indagine svolta su un campione di circa 16 mila stranieri da Ismu, Censis e Iprs per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Siamo sempre più una società multietnica. Gli immigrati presenti in Italia sono poco meno di 5 milioni, aumentati negli ultimi quattro anni di quasi 1,6 milioni (+47,2%), con un forte incremento sia dei residenti (+56,5%), sia dei regolari che non risultano ancora iscritti in anagrafe (+48,7%). Gli irregolari sono invece 560 mila, pari all’11,3% degli stranieri presenti sul nostro territorio.

Il 77% degli immigrati maggiorenni svolge un’attività lavorativa regolare. Più di due terzi sono impiegati nel settore terziario, nell’ambito dei servizi (40,7%) e del commercio (22,5%). I mestieri più ricorrenti sono: addetto alla ristorazione e alle attività alberghiere (16%), assistente domiciliare (10%, ma 19% tra le donne), operaio generico nei servizi (9%), nell’industria (8,3%, ma 11,5% tra gli uomini) e nell’edilizia (8%, ma 15,3% tra gli uomini). Tra le figure meno diffuse vi sono quelle più qualificate: le professioni intellettuali (2,4%), gli operai specializzati (2,2%), i medici e paramedici (1,7%), i titolari di impresa (0,5%) e i tecnici specializzati (0,2%).

Dal punto di vista della condizione lavorativa, prevalgono gli occupati a tempo indeterminato (sono il 49,2% del totale), il 24,8% ha un impiego a tempo determinato, il 9,7% svolge un lavoro autonomo o ha un’attività imprenditoriale.

La metà degli immigrati che lavorano in Italia dichiara di percepire una retribuzione netta mensile compresa tra 800 e 1.200 euro, il 28% ha un salario inferiore, compreso tra 500 e 800 euro, il 3% guadagna meno di 500 euro. Solo il 13,3% ha una retribuzione netta mensile che va da 1.200 a 1.500 euro, e appena l’1,2% guadagna più di 2.000 euro.

I risultati dell’indagine - scrive il Censis - sfatano il mito secondo il quale gli immigrati sono coinvolti in forti processi di mobilità sociale: l’Italia non è l’America per loro”. Prevalgono i percorsi di mobilità orizzontale (il 66,6% dei cambiamenti di lavoro non determina una modifica sostanziale della loro posizione sociale), solo nel 21,5% dei casi si verificano percorsi di mobilità ascendente e nell’11,9% il cambiamento porta addirittura a un peggioramento della propria condizione lavorativa. Le carriere sono piuttosto semplici, con una sola esperienza di lavoro (nel 33% dei casi) o al massimo due (40,4%). Il 19,2% dichiara di avere cambiato tre impieghi e soltanto il 7,4% quattro o più occupazioni.Le carriere lavorative degli immigrati sono piuttosto semplici, composte da una sola esperienza di lavoro (nel 33% dei casi) o al massimo due (40,4%), il 19,2% dichiara di aver cambiato tre impieghi e soltanto il 7,4% quattro o più occupazioni. Generalmente le loro esperienze di lavoro si concludono a seguito del presentarsi di un’offerta più vantaggiosa (39,9%), per il mancato rinnovo di un contratto a tempo determinato (17%), a causa di un licenziamento (16%) o a seguito della chiusura dell’azienda presso la quale sono impiegati (4,6%).

L’indagine evidenzia una prevalenza dei canali informali di accesso al mercato del lavoro, tra i quali al primo posto si trova il passaparola, attraverso il quale il 73,3% dei lavoratori stranieri dichiara di aver trovato l’impiego attuale (e la percentuale sale tra quanti svolgono lavori poco qualificati o di cura e assistenza alle persone). Seguono gli intermediari privati e le agenzie di lavoro interinale (9%), le parrocchie (6,1%) e i sindacati (2,9%). Sono poco efficaci le inserzioni sui giornali o su Internet, attraverso le quali ha trovato lavoro solo il 2,9% degli immigrati, ma anche i Centri per l’impiego (1,9%). Questi rappresentano però un presidio territoriale dove il 30% degli immigrati si reca per cercare informazioni, compiere adempimenti burocratici, usufruire dei servizi offerti.

Il requisito fondamentale per raggiungere la piena integrazione degli stranieri - conclude il Censis - è la conoscenza della nostra lingua, acquisita dalla maggior parte dei lavoratori immigrati. Il 42,8% ne ha una conoscenza sufficiente, il 33,1% buona, l’8,9% ottima, mentre il livello di apprendimento è ancora insufficiente solo per una minoranza pari al 15,1%”.